Pagina:Deledda - Le colpe altrui.djvu/299

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pace». Allora tutto cambierà, io non andrò più alla bettola e le carte mi sembreranno ciò che sono, le mani del demonio, e gli occhi delle donne non mi affascineranno più... Vittoria, moglie mia, un uomo come me non deve vivere sulla roba usurpata... Vittoria mia, Vittoria mia...

Il pensiero di lei lo riempiva di tenerezza angosciosa; il ricordo delle parole sanguinanti di lei non lo abbandonava, no, ed egli anzi ne serbava un’umiliazione ardente; ma era l’umiliazione, era l’affanno nostalgico del bambino percosso e scacciato dalla madre e che ha bisogno di ritornare a lei per consolarsi.

A poco a poco i bambini raccolti intorno videro una cosa straordinaria: dalle dita di lui cadevano sul focolare grosse goccie che al riflesso del fuoco parevano di sangue; e il petto possente di lui stretto dal velluto turchino del giubbone si sollevava e si abbassava come un’onda.

— Zio Mikà, zio Mikà! Perchè piangete? È morta zia? — domandò il maggiore dei fratellini.

E il dolore di lui, invece di imporsi ai bambini, parve scuoterli dal loro stupore: due si guardarono e scoppiarono a ridere; gli altri tentarono di imitarli. Frate Zironi apparve sull’uscio, seguìto da Maria Luisa Zoncheddu che gli teneva alto un lume sul capo; e vedendo l’uomo forte che piangeva in mezzo ai bimbi ridenti credette, poichè l’avevano già avvertito di recarsi subito allo stazzo Zanche, che Vittoria anche lei stesse per morire.