Pagina:Della Porta - Le commedie I.djvu/326

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316 la tabernaria


Lardone. Veramente mostro di crudeltate! Finite pure.

Antifilo. «... Dite che son bellissima, che la mia beltá vi trasse a mirarmi e che d’allora in qua Amor si fe' signore e tiranno del vostro cuore; e che amando me, io obbligata sono a riamarvi. Se la mia bellezza v’ha spinto ad amarmi, non per questo io debbo amarvi; perché se voi non parete bello agli occhi miei, e se l’amore è atto della libera volontá nè si lascia sforzare, come posso io sforzar me stessa ad amarvi? Amisi o per elezione o per destino, io nè per l’uno nè per l’altro posso amarvi; e tanto è amare alcuno contra la sua volontá e contro il tenor del Cielo, quanto camminar per un mar periglioso con venti contrari, senza sarte e senza vele, perché alfin doppo varie tempeste si truovi sommerso in un golfo di pene e de’ suoi sproporzionati e disordinati desi« dèri...». — O che parole magiche e funeste, o tirannia d’amor non mai piú intesa!

Lardone. Certo, che dovreste odiarla quanto l’amate.

Antifilo. Ahi! che non posso amar altra che quella che da’ primi anni cominciai ad amare. — «... Ed acciò non abbiate piú a molestarmi, io vi manifesto il mio cuore: io ho dato ad altri il mio cuore. Egli solo m’ha spogliato della mia li« bera volontá, egli solo è la fatai escade’ miei pensieri; e non avendo se non un cuore, non posso amar se non un solo; e se volessi amar molti, bisognarebbe che avesse molti cuori. In conclusione, io non posso amarvi, nè se potessi vorrei. V’ho risposto al giusto ed onesto». — O Cielo, che giustizia, che onestá è questa? O fiera conclusione, che ad un colpo m’hai tronco l’anima e la vita. Io ti maledico, terra che mi sostieni, aere che respiro, acqua che non mi sommergi, fuoco che tutto non mi brugi e mi facci cenere! Prego l’inferno che mi suggerisca nuove voci, nuove parole, nuovi concetti, con i quali io possa mostrare al mondo la crudeltá di costei. O generata dal Tartaro, o concetta da Megera e partorita da Aletto, o allevata fra l’orribili rive di Cocito, o nodrita fra le fere de’ piú dirupati monti del Caucaso, solo ch’io avesse a vivere fra si amarissime pene! ... E che fo che non vo ad appiccarmi con le