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336 la tabernaria

ATTO III.

SCENA I.

Cappio, Giacomino, Altilia, Lima.

Cappio. Giá è ogni cosa in ordine: potrete seder quando vi piace.

Giacomino. Paggio, dá l’acqua alle mani; oh come sei melenzo! dalli la tovaglia per asciugarle.

Cappio. Sedetivi, di grazia.

Altilia. Non tante cerimonie.

Giacomino. Non son cerimonie ma nostro debito.

Altilia. Siedi ancor tu, Lima; e chi ci ha invidia de’ nostri contenti, non sia mai invidiato da altri. Ma se verrá mio padre, che scusa trovaremo che non l’abbiamo aspettato?

Cappio. Cosí non ci mancassero denari alle borse, come non ci mancano mai scuse. Diremo ch’eravate stanche, sí che venevate meno senza fare un poco di collazionetta.

Giacomino. Cappio, accendi quella profumiera, che spiri odore.

Altilia. Io non voglio altro odore che quello che spira dai vostri onorati costumi e gentilissime maniere.

Giacomino. Mangiate di questa vivanda, se vi piace.

Altilia. A me sol piace quello ch’a voi piace. Ma voi perché non mangiate, anima mia?

Giacomino. Io fo un dolcissimo banchetto agli occhi miei e godo di quei cibi ch’ho desiato sí longo tempo; di quei cibi che non producono terra, acqua, aere e cielo. Veggo che la rosa tanto è bella quanto assomiglia alle vostre gote, e i gigli s’insuperbiscono della loro candidezza, perché pompeggiano nelle vostre carni; i giacinti tanto son riguardevoli quanto rappresentano la