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Pagina:Della geografia di Strabone libri XVII volume 1.djvu/32

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18 PROLEGOMENI


Il dubbio che io ho aggiunto intorno alla diversità del dialetto, si risolve anch’esso dalla diversità dei tempi. La lingua dorica, lingua materna di Scilace, pare che mai in prosa non si perfezionasse, come la ionica (100). Questa Scilace non era alto per avventura a scriverla in quella guisa che la scrissero Erodoto ed Ippocrate; e il suo dorismo parer doveva stranissimo agli Attici, e specialmente a coloro che vennero dopo l’età d’Alessandro. Adunque sarà strano il supporre che colui, il quale ardì recidere ed ampliare la narrazione di Scilace, nella lingua del tempo suo ne mutasse parimente il dialetto e la frase? II gran nocumento che ne recò questo rifacitore di Scilace, si è quello d’averci privato delle narrazioni intorno all’India. Delle cose che Erodoto inserì nella sua istoria intorno a questa regione, probabilmente la maggior parte trassele egli da Scilace; e se poscia gli storici ed i geografi non si valsero della costui testimonianza sull’India, n’è colpa lo stesso Scilace, il quale avendo mescolato molte favole colle verità, riportò, come dice l’inglese Robertson, la pena meritata dai menzogneri, di non essere creduti nemmeno allorquando sono veridici (101).

Poco innanzi alla guerra peloponnesiaca, contemporaneo d’Erodoto fiorì Damaste, nato in Sigeo, città della Troade. Da molti si noma come istorico e geografo. I suoi libri geografici s’intitolavano Catalogo delle nazioni e delle città (102), e la maggior parte, se crediamo ad Agatemero, trass’egli da Ecateo. Strabone dà a Damaste biasimo di mendace (103).
     Dopo (104) Damaste è Eudosso cnidio (105), geografo,