Pagina:Della geografia di Strabone libri XVII volume 2.djvu/17

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libro primo 5

timi oceano. Che siano gli ultimi il dice in quei versi:

                             Ma del mondo ai confini, e alla remota
                             Gente degli Etiopi in due divisa1:

nè dice oziosamente in duo divisa, siccome appresso si dimostrerà. Che poi abitino sull’oceano l’afferma dicendo:

                             Perocchè jeri in grembo all’oceano
                             Fra gl’innocenti Etïopi discese
                             Giove a convito2.

Che poi anche l’estremità settentrionale della terra sia circondata dall’oceano l’accennò oscuramente, quando disse dell’orsa:

                             Dai lavacri del mar sola divisa3;

perocchè sotto l’orsa ed il carro significò il cerchio artico4: altrimenti, essendo in quello spazio tante stelle

  1. Odiss., lib. i, 23
  2. Il., lib. i, 423
  3. Il., lib. xviii, 489
  4. Sotto il nome di cerchio artico, o cerchio dell’orsa gli antichi intendevano un cerchio che, avendo il polo per centro, aveva per raggio l’altezza del polo stesso nel luogo occupato dall’osservatore: o, se più vuolsi, la distanza dal polo al punto più settentrionale dell’orizzonte matematico. Era questo il più grande fra i paralleli sempre visibili; quello che abbracciava nella sua circonferenza gli astri che non tramontano mai. È facile a immaginare che questo cerchio dee variare a norma delle latitudini, e che il suo diametro debbe diminuire accostandosi all’equatore, e ingrandirsi avanzandosi verso il polo. – Omero dunque scrivendo pei Greci dell’Asia e del Peloponneso ha dovuto descrivere i fenomeni celestri ch’egli vedeva verso il 38° di latitu-