Pagina:Della geografia di Strabone libri XVII volume 2.djvu/200

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186 della geografia di strabone

munque in modo generale) grandezze e figure, bisogna proporsi una norma; la quale poi qualche volta più, qualche volta meno si debbe osservare. Ora, dopo aver detto che l’ampiezza di quelle montagne che si distendono verso il levante equinoziale è di tre mila stadii, e così anche quella del mare fino alle Colonne d’Ercole, Eratostene vorrebbe considerare come una linea sola diverse linee condotte nella larghezza di questo spazio; ma questo potrebb’essergli assentito qualora si trattasse delle linee parallele a questo spazio medesimo, piuttostochè rispetto a quelle ond’esso è intersecato; e fra quest’ultime, rispetto a quelle che lo tagliano dentro, piuttosto che a quelle ond’è tagliato al di fuori; rispetto a quelle che per la loro brevità non escono dello spazio, piuttostochè a quelle altre le quali n’escono; insomma rispetto a linee di qualche estensione, piuttostochè quando si tratti di linee assai brevi; perchè allora più facilmente rimane nascosta la disuguaglianza delle lunghezze e la dissimilitudine delle figure.

Qualora, per cagione di esempio, nel determinare

    generale e sommario, potè pigliare sopra un’estensione assai grande i termini dei quali si valse. Nondimeno, al dir di Strabone, ebbe il torto quando per determinar la lunghezza di alcune di queste Sezioni si valse di linee oblique ed anche interrotte, che nella loro direzione si allontanavano troppo da quella del gran diaframma di cui ha parlato sì spesso. Affinchè queste linee potessero pigliarsi come lunghezze delle Sezioni sarebbe stato mestieri che si fossero almeno potute credere quasi parallele con quel medesimo diaframma sul quale Eratostene determinò la lunghezza di tutta la terra abitata.