Pagina:Della geografia di Strabone libri XVII volume 2.djvu/201

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libro secondo 187

l’ampiezza di tutto il Tauro e del mare fino alle Colonne si pongano tre mila stadii, può intendersi ancora che il luogo sia un parallelogrammo, il quale comprenda dentro di sè tutto quel monte e tutto il mare già detto: ma quando se ne divida la lunghezza in più parallelogrammi, e si pigli prima la diagonale di tutto lo spazio, poi delle varie sue parti1, non v’ha dubbio che la diagonale di tutto il parallelogrammo potrà stimarsi parallela ed uguale al lato della lunghezza, più comportabilmente che la diagonale dei parallelogrammi minori. E quanto più saran piccoli i parallelogrammi presi dentro al tutto, tanto più questo si troverà vero. Perocchè l’obliquità della diagonale e la sua difformità dalla linea della lunghezza si scorgono meno nelle grandi figure; sicchè in queste non sarebbe vergogna il dire che la diagonale ne costituisce la lunghezza. Qualora poi tu inclini la diagonale per modo ch’essa vada a cadere fuor di amendue od almeno fuor d’uno dei lati, non ha più luogo quello che abbiamo detto2; e perciò io dissi che a disegnare grandezze e figure, comunque si faccia d’un modo generale, è necessario prestabilirsi una norma. Così qualora dalle Porte caspie si conduca da prima una linea che attraversi le montagne e che, seguitando sempre un medesimo parallelo, vada fino alle Colonne d’Ercole; poi se ne conduca una

  1. Cioè la diagonale dei parallelogrammi minori risultanti da queste divisioni. Il testo poi usa la voce diametro διαμέτρον.
  2. Cioè, non può più rappresentar la lunghezza del parallelogrammo.