Pagina:Della geografia di Strabone libri XVII volume 2.djvu/270

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256 della geografia di strabone

to, osservansi gli stessi accidenti nell’ombra del gnomone, e la stessa direzione di venti, che sono ne’ già detti paesi, ed uguale è anche la maggiore lunghezza dei giorni e delle notti, cioè di quattordici ore equinoziali1. Sulla spiaggia marittima poi dell’Iberia nelle vicinanze di Gadi dicono essersi qualche volta veduta una stella che probabilmente è Canopo. Posidonio almeno racconta che stando sopra un’elevata abitazione in una città distante da questi luoghi un quattrocento stadii, vide una stella che gli parve Canopo, congetturandolo così dalla concorde testimonianza di quanti navigando s’inoltrano un po’ più verso mezzogiorno, e dicono di aver veduto quell’astro, come da una storia che raccontasi a Cnido2. Perocchè l’osservatorio d’Eudosso non è molto più elevato delle altre abitazioni, e nondimeno si dice ch’egli di quivi abbia veduta la stella Canopo: e Gnido è sotto lo stesso clima 3 di Rodi, di

  1. Leggasi (dice il Gossellin) quattordici ore e mezzo, le quali al tempo di Strabone indicavano una latitudine di 36° 0’ 47. - La lezione del testo porterebbe 30° 20’ 23, e non può accettarsi, trattandosi qui dell’altezza del diaframma che non si allontanava dal grado 36.° di latitudine - Gli antichi (soggiunge) dividevano costantemente in dodici ore ciascun giorno e ciascuna notte. Queste ore dovevan per necessità essere eguali fra loro soltanto nei tempi degli equinozii, perchè allora soltanto abbracciavano un ugual durata di tempo: e perciò si distinguevano accuratamente dalle altre. Si raccoglie pertanto di qui, che le ore equinoziali degli antichi erano uguali alle nostre.
  2. Cinido, e più comunemente Gnido, fu una città della Caria.
  3. Cioè, sotto lo stesso parallelo.