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| libro terzo | 339 |
sicchè non è punto incredibile la sua invenzione); nè se alcuni, avendo riconosciuta la verità di siffatte istorie e la molta dottrina di Omero, si valsero della poesia di lui nelle scientifiche loro ipotesi, come fecero Cratete di Mallo ed altri[1]. Ma alcuni si formarono dell’intendimento di Omero un sì rozzo concetto, che non solamente eliminarono il poeta (come si farebbe di uno zappatore o mietitore) da tutta la scienza, ma considerarono anche siccome pazzi coloro che si accinsero all’impresa di spiegarne le poesie: nè v’ebbe finora qualcuno esperto o nelle lettere o nelle scienze, il quale ardisse difendere, nè rettificare, nè por mano in qualsivoglia altro modo alle cose dette da cotestoro: e nondimeno a me pare che sarebbe possibile come sostenere parecchie delle loro proposizioni, così anche rettificarne alcune altre; principalmente di quelle nelle quali Pitea trasse in errore coloro che gli prestarono fede, a motivo della sua ignoranza de’ paesi occidentali e settentrionali situati lungo l’Oceano. Ma si tralascino queste cose le quali vorrebbero un discorso per sè sole e non breve.
La cagione poi per la quale i Greci si diffusero presso le barbare nazioni potrebbe ascriversi all’essere queste divise in picciole parti, e senza collegamento di sorta fra loro, per colpa della comune alterigia; d’onde poi furono deboli contro gli assalitori stranieri. E questa alterigia è grandissima fra gl’Iberi, versatili inoltre per