Pagina:Della geografia di Strabone libri XVII volume 2.djvu/49

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libro primo 37

                             Neve invernal piovean l’alte parole,
                             Verun mortale non avrebbe allora
                             Con Ulisse conteso1.

Chi poi sosterrà che un poeta il quale possa introdurre personaggi che parlino oratoriamente, che sappiano ben condurre gli eserciti, e mostrare in sè stessi gli altri uffici della virtù, sia un ciarliero, un venditore di meraviglie, capace soltanto d’ingannare e lusingare i suoi uditori, senza mai recar loro verun giovamento? O perchè non diremo piuttosto che la virtù del poeta consiste principalmente nell’imitazione della vita umana per mezzo della parola? Ma come potrebbe imitarla qualora non ne avesse nè pratica nè scienza? Perocchè non dobbiamo fare una medesima stima delle virtù dei poeti, e di quella de’ falegnami o dei fabbri; sendo che queste arti nulla hanno in sè di bello nè di onorevole, ma la virtù del poeta è congiunta con quella dell’uomo; e non può essere buon poeta chi prima non si è fatto buon uomo2. Il negar poi ad Omero l’arte oratoria gli

  1. Queste parole sono nel lib. iii dell’Iliade, v. 221; dove Antenore narra come Ulisse una volta fosse venuto a Troja con Menelao in qualità di ambasciadore per domandare che Elena si restituisse. La preghiera poi era anticamente il titolo del lib. ix, in cui Ulisse con Ajace e Fenice pregano, sebbene indarno, Achille a placarsi. In quanto al tentare gli animi, o come dicono gli editori francesi alla prova, allude l’autore al lib. ii, dove Ulisse contrasta alla divisata partenza dei Greci da Troja.
  2. L’esperienza ed il raziocinio dimostrano che questa proposizione dell’Autore non s’ha da pigliare com’essa suona letteralmente. Certo è che il poeta eccellente debbe conoscere la virtù per rappresentarla ne’ suoi personaggi; ma non è poi impossibile ch’egli nella sua condotta pratica sia malvagio.