Pagina:Della geografia di Strabone libri XVII volume 3.djvu/147

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

libro sesto 139

stringendo per modo che e il suo diametro si riduce ad essere di soli cinquanta piedi: questo punto è solo uno stadio al di sopra del mare, sicchè quando l’aria è tranquilla esso può vedersi nel fondo del cratere». Ma se queste cose sono credibili, non sarebbe forse da negar fede nemmanco a quelle che si favoleggiano intorno ad Empedocle1. «Quando poi (soggiunge Polibio) sta per soffiare il vento del mezzogiorno l’isoletta vien coperta all’intorno da una nube caliginosa, la quale impedisce di veder la Sicilia: e quando invece domina Borea, s’innalzano fiamme anche dal cratere predetto e n’esce un fremito maggiore del consueto: se trae Zefiro serba un certo mezzo. Gli altri crateri poi sono di ugual forma; ma quanto alla forza delle esalazioni si rimangono a dietro. Del resto dalla differenza del frastuono, non meno che dal punto d’onde cominciano le esalazioni, le fiamme e le fuligini, suole prernunciarsi ben tre dì innanzi qual vento debba spirare. Che anzi quando a Lipari non è punto possibile di navigare2 dicesi che alcuni predicono terremoto, nè mai vanno errati». Laonde poi quella cosa medesima che pare sia stata detta più favolosamente di ogni altra da Omero, si trova che non la disse a capriccio, ma che volle soltanto coprire alcun poco la verità, quando affermò che

  1. Non parendo verisimile che Strabone voglia in questo luogo mettere in dubbio l’autorità di Polibio (del quale per altro apparisce in più luoghi ch’egli non faceva gran conto) sospettano alcuni che queste parole siano un’interpolazione.
  2. Cioè: Quando non soffia alcun vento.