Pagina:Delle cinque piaghe della Santa Chiesa (Rosmini).djvu/127

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il suo Clero. Lungo tempo durò la professione della povertà, qual ornamento del sacerdotal ministero, al quale quelli che venivano assunti, lasciavano per lo più il proprio avere, e a’ poveri lo dispensavano; perocchè, come dice Isidoro di Pelusio, tum voluntaria paupertate gloriabuntur (L. v, ep. 21). A uomini così integri e disinteressati veniva poi affidata l’amministrazione e la dispensazione de’ beni della Chiesa; come a depositarii dell’avere degl’indigenti. Giuliano Pomerio, dopo recati in esempio di povertà volontaria i due grandi Vescovi Paolino di Nicola, ed Ilario di Arles, che da doviziosissimi che erano, s’eran fatti poverelli di Cristo, soggiunse: «Di chi si può ben intendere, che uomini tali e tanti (i quali per essere a Cristo discepoli, rinunziarono tutte le cose che avevano) conscii che altro non sono i beni della Chiesa, se non il voto de’ fedeli, le soddisfazioni de’ peccati, e i patrimoni de’ poveri; non li vendicarono già a privati usi, siccome fosser lor proprii, ma come cose loro affidate, a’ poveri li divisero. Ciò che ha la Chiesa, ella lo ha comune con tutti coloro che nulla hanno: e però non dee dar nulla a quelli che hanno già il sufficiente del proprio: poichè dare a quelli che hanno già, geli non è che un gittare»1. Il perchè i chierici prendevano dalla massa comune il bisognevole a vivere, come quelli che si computavano nel numero de’ poveri, a cui quella massa consideravasi appartenere: Così il Vescovo era il primo frai poveri, e dispensandosi ai poveri quegli averi, era giusto che allo stesso titolo ne dispensasse una parte a sè stesso2, e a’ Cherici inferiori. E questa massima nobilissima tanto era infissa negli animi, che si giudicava non convenevole che, se un Sacerdote ritenesse del suo, vivesse di quel della Chiesa; parendo ch’egli, non più povero, nè manco n’avesse diritto, e sottrae se indebitamente agli altri indigenti il fatto loro. Il che era consentaneo; e sviene replicato dal citato scrittore del secolo v, che fra l’altre cose dice così: «Coloro che, possedono il suo, voglion tuttavia che qualche cosa gli venga dato, non senza lor grande peccato ricevon di quello, di cui doveva vivere il povero. Certo de’ Chierici dice lo Spirito Santo: «Mangiano i peccati del mio popolo.» Or siccome quelli che niente hanno di proprio, non i peccati ricevono, ma gli alimenti di cui mostrano aver bisogno; così i possidenti, non gli alimenti ricevono de’ quali abbondano, ma si assumono gli altrui peccati. E così pure i poveri, se colle loro industrie e fatiche posson camparla, non presumono ricever quello che è dovuto al debile ed all’infermo; acciocchè la Chiesa, se tutti anche per nulla bisognosi ricevan di ciò, di cui ella può ministrare il necessario ai privi d’ogni sollievo, aggravata, non possa poi soccorrere quelli che deve. Ora coloro che servono alla Chiesa troppo carnalmente la pensano, se si avvisano di ricevere stipendî terreni3, e non piuttosto eterni premî. — Che se qualche ministro della Chiesa non ha onde vivere, qui la Chiesa non gli dà mica un premio, ma gli presta il necessario; acciocchè in futuro riceva quel premio del suo travaglio, che già in questa vita, sulla speranza della promessa del Signore, con certezza attende. Ed anche quelli che (possedendo) non domandano gli sia dato alcun che quasi debito, e pure vivono a

  1. De Vita Contemplativa L. ii, c. ix, dove merita segnatamente d’essere osservata quella sentenza: Quod habet Ecclesia cum omnibus habet commune, come quella che dimostra l’opinione che allora s’avea dell’essere i beni della Chiesa non d’uso individuale, ma comune.
  2. Questa massima è anche registrata nel decreto di Graziano. Can. xii. Q. ii, cap. xxii, dove si riporta uno de’ canoni apostolici, che dice: De his autem, quibus Episcopus indiget (si tamen indiget) ad suas necessitates et peregrinorum fratrum usus et ipse precipiat, ut nihil ei possit omnino deesse.
  3. E però quanto meno benefizi, parola che rammenta un dono che fa il Signore a chi vuole, del suo?