Pagina:Delle cinque piaghe della Santa Chiesa (Rosmini).djvu/27

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sensibilmente1 il Clero inferiore surrogarono; e in prima quella parte del Clero che era a’ Vescovi più vicina e per vita ecclesiastica più veneranda, cioè i canonici, e i monaci che la divina Providenza fece in quel tempo appunto fiorire in sovvenimento al gran bisogno della Chiesa2. Questa parte del Clero, sottentrata a’ Vescovi nella educazione della cristiana ed ecclesiastica gioventù, ricevette con rispetto quella preziosa eredità de’ venerabili pastori e padri della Chiesa, e la riguardò come una norma sicura a cui attenersi nelle sue istruzioni; sicchè per lunga pezza dappoi può dirsi che gli antichi Vescovi erano colle loro opere i maestri ancora della gioventù; ma v’avea una differenza immensa, che prima l’ammaestravano colla viva voce e colla viva loro presenza; poscia solo colle loro scritture, morte per sè stesse; nè vi avea guari chi le potesse ravvivare fra precettori di quegli infausti tempi. Il Clero del second’ordine non tolse per così dire a far nulla da sè stesso per gli cinque secoli successivi: non fece che ripetere quelle istruzioni e quei documenti che avea ricevuto dagli antichi padri3, sia perchè non avesse la coscienza di essere egli il maestro in Israello, quella coscienza che tanto ingrandiva il petto a’ Vescovi, sia perchè rimanesse anche oppressa la sua intellettiva attività dalle lagrimevoìi circostanze de’ tempi, che di stragi, di devastazioni e d’infortunî ogni cosa riempivano. Veramente, cessate le incursioni, e stabiliti i barbari nelle terre conquistate, i nuovi maestri posero mano anch’essi a comporre de’ libri, i quali ritennero appunto il carattere della loro condizione; e quindi tanto a quegli degli antichi Vescovi riusciron minori per autorità, grandezza di dire, e sicurtà di pensare, quanto

  1. Dico insensibilmente, perchè questi passaggi non si fanno mai nè rapidamente nè universalmente. «Il modo d’insegnare, dice Fleury parlando de’ cinque secoli che succedono ai sei primi, era ancora il medesimo de’ primi tempi. Le Chiese cattedrali o i monasteri erano le scuole; il Vescovo medesimo insegnava, o con ordine suo qualche cherico, o qualche monaco distinto in dottrina; e i discepoli ne imparavano la scienza ecclesiastica, e nello stesso tempo si formavano sotto gli occhi del Vescovo ne’ buoni costumi e nelle funzioni del loro ministero». Discorso intorno alla Storia Ecclesiastica dall’anno dc sino all’anno mc.
  2. «La maggior parte delle scuole erano ne’ monasteri, e le medesime cattedrali venivano offiziate da’ monaci in alcuni paesi, come in Inghilterra e in Alemagna. I Canonici le cui istruzioni cominciarono alla metà dell’ottavo secoto con la regola di S. Crodegango, facevano quasi monastica vita, e le loro case chiamavansi parimente monasteri. Ora io computo i monasteri fra i principali mezzi, de’ quali si è servita la Providenza per conservare la religione ne’ più miserabili tempi. Erano questi asili della dottrina e della pietà, mentre che la ignoranza, il vizio e la barbarie innondava il rimanente del mondo. Vi si seguiva l’antica tradizione nel celebrare i divini Offizî, nella pratica delle cristiane virtù, i cui esempì vedevano i giovani vivere negli antichi. Vi si custodivano i libri di molti secoli, e se ne scrivevano de’ nuovi esemplari: ed era questa una occupazione de’ monaci: e non ci rimarrebbero libri di sorte alcuna, senza le biblioteche de’ monasteri.» Fleury, ivi, §, xxii.

    Il Vescovo stesso abitava co’ canonici, il che mostra la tradizione de’ costumi vescovili dei primi tempi conservata lungamente. Quando le distrazioni secolari disunivano i Vescovi ed i Canonici da questa santità di vita comune, i concilî animati da Vescovi zelanti riformavano con nuovi regolamenti la vita ecclesiastica nello stesso piede: di modo che si vide sempre vivo lo stesso spirito nella Chiesa, e questa infaticabilmente travagliare per riparare le sue perdite. Si sa che lo stesso S. Carlo ebbe il medesimo desiderio di far vita comune e regolare col suo Clero: sicchè questo è il pensiero costante di tutti i secoli della Chiesa, a questo tende incessantemente il suo spirito, il suo voto.

  3. «Studiavano i dogmi della religione, dice ancora Fleury parlando de’ monaci, nella Scrittura e ne’ santi padri, e la disciplina ne’ Canoni. Aveano poca avidità di sapere, e poca invenzione, ma un’alta stima degli antichi autori: si ristringevano a studiarli, a copiarli, a compilarli, ad abbreviarli. Questo è quel che si vede negli scritti di Beda, di Rabano, e degli altri Teologi dell’età media; non sono altro che raccolte di Santi Padri de’ sei primi secoli; ed era il mezzo più sicuro per mantenere la tradizione.» Discorso intorno alla Storia Eccl. dall’anno dc fino al mcx, § xxi.