Pagina:Delle cinque piaghe della Santa Chiesa (Rosmini).djvu/32

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41. La scienza è comune a tutti, buoni e malvagi: ma la verità e pratica del Vangelo non è che de’ buoni. Quindi ove non trattisi che d’insegnare la scienza, non è uopo esser solleciti delle qualità morali de’ precettori, le quali tanto erano dagli antichi ricercate e richieste, appunto perchè ciò che volevano era una verità santa, e quindi volgevano nell’animo, che santo dovesse esser altresì l’uomo che la insegnasse1. E medesimamente avverrà che non si faccia una morale scelta de’ discepoli, quando trattasi di un ammaestramento scientifico puramente, e non veramente morale. Ove si cerca all’opposto la sapienza morale dell’insegnamento, hassi somma cura di rimuovere dalla scuola tutti coloro, cui non muove un santo desiderio di quella sapienza. E tal cura s’aveva ne’ primi tempi, ne’ quali era per sè stesso più facile lo scegliere saviamente gli alunni del santuario, conciossiachè aveasi a mano quel criterio morale unico e certo a distinguere i vocati da’ non vocati; e i giovani stessi che a quella scuola s’accostavano, già sapevano a che fare ci venivano, e qual dottrina trattavasi di appararvi. Oltrachè la pia e pratica verità ha posto di proprio sopra la verità puramente ideale, che impone un rispetto e una venerazion di sè stessa tanto in chi la riceve quanto in chi la comunica, conciossiachè ella è di una natura essenzialmente sacra e divina; sicchè quelli che hanno la sublime incumbenza di doverla altrui comunicare, sogliono sperimentare una cotal ripugnanza e avversione in doverla prodigare agl’indegni, parendo loro di rendersi con ciò rei, in profanandone e in violandone la venerabile santità. Sentono questi altamente il senso di quelle parole con cui Cristo proibisce «di gettare le margarite dinanzi a’ porci (Matt. vii, 6.)» Il perchè gli antichi maestri, come li descrive Clemente Alessandrino «provavano col tempo, e giudicavano con attento giudizio, e discernevano dagli altri quello che poteva ascoltare le loro parole, ponendo osservazione a’ discorsi di lui, a’ costumi, alle consuetudini, alla vita, ai movimenti, all’abito, all’aspetto, e investigando s’egli era o trivio, o pietra, o strada calcata da’ viandanti, o terra fertile, o boschiva, o buon campo, e ferace, e dissodato, e che potesse moltiplicar la semente»; ed imitavano Cristo che, come dice lo stesso Clemente «quelle cose che non eran per molti, non le rivelò già a molti, ma a pochi, a’ quali sapeva esse ben convenire; perocchè quelli poteano non solo,» dice «in sè riceverle« ma «informarne sè stessi;» che è quanto dire, compire colla rettitudine della loro vita quella notizia di verità che ricevevano nella


    da’ loro Vescovi come pure fanno al presente. «Un altro inconveniente delle Università, dice Fleury, è questo, che i maestri e i discepoli, i quali non erano in altro occupati che nei loro studî, erano tutti cherici, e molti benefiziati, ma fuori delle loro Chiese non avevano funzioni od esercizio spettante agli ordini. Così non imparavano essi tutto quello che dipende dalla pratica, il modo di ammaestrare, l’amministrazione de’ Sacramenti, il governo delle anime, come avrebbero potuto apprenderlo ne’ loro paesi, vedendo i Vescovi e i Sacerdoti ad operare, e servendo sotto i loro ordini. I dottori delle Università erano solamente dottori, unicamente applicati alla teoria: onde avevano poi tant’agio di scrivere o di trattare così a lungo questioni inutili; e tanti motivi di emulazione e di contrasti, volendo gli uni raffinare più che gli altri. Ne’ primi secoli i dottori erano i Vescovi sopraccarichi delle più solide occupazioni.« Disc. v. Sulla Storia Eccl., §. x.

  1. Ecco di nuovo come tutto si lega e chiama: il metodo cattivo trae seco naturalmente de’ cattivi maestri. All’incontro che nobile idea non avevano gli antichi del maestro cristiano! quanto non richiedevano da lui! S. Gregorio Nazianzeno, in un celebre sermone che fece intitolato, Della Teologia, descrive a lungo quale dee esser colui che parla delle cose teologiche, e a chi, e con quali precauzioni: «Non è bene ad ognuno, dice fra l’altre cose, filosofare intorno alle cose divine; ma coloro possono fare ciò, i quali, hanno purificato il corpo e l’anima; o almeno per ciò fare s’affaticano, e sentono molto avanti nella meditazione delle sacre cose.» (Orat. xxxiii. Ved. ancora l’Oraz. xxxix). Clemente Alessandrino (Strom. Lib. 1, Pedag. in f.) parla a lungo del disinteresse, della luce spirituale, e della santità necessaria acciocchè alcuno sia atto ad insegnare le cose divine.