Pagina:Delle cinque piaghe della Santa Chiesa (Rosmini).djvu/42

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struttore, e si pensa finalmente a trovarvi i rimedî. Allora comincia il periodo nuovo in cui si toglie a ristorare i guasti sofferti dal gran vascello nella lunga e difficile sua navigazione: epoca di stazione, perocchè questi risarcimenti non portano la Chiesa innanzi, non le danno qualche nuovo e grande sviluppamento, ma solo lo rassettano per così dire in quelle sue parti che hanno troppo sofferto dal faticoso viaggio. Intanto però un gran tratto di cammino è già percorso; e dopo racconciata la nave che non può perire, ella affrontar deve ancora altri mari, altri venti, altre procelle.

59. Per il che l’ordine della Providenza nel governo della Chiesa è cotale, che la forza organizzatrice sia sempre più valida di quella che presiede alla distruzione; che le due forze operino contemporaneamente, acciocchè tutto avvenga colla massima celerità, e nulla si perda di tempo1: ma che finito il loro lavoro, succeda nella Chiesa un cotal riposo, nel quale essa non faccia gran viaggio, nè grandi imprese affronti, ma sì intenda a riparare a parte e con diligenza i suoi danni; fino che giunga il tempo di salpar nuovamente ad un’altra ardimentosa navigazione. E già da molti secoli, già fino dal sempre memorabile 1076, e con nuovo vigore dal Concilio di Trento, si lavora a ristorare minutamente i danni della disciplina e del costume ecclesiastico. Chi sa che non approssimi oggimai un tempo, in cui il gran naviglio sciolga nuovamente dalle sue rive, e spieghi le vele nell’alto alla scoperta di un qualche nuovo e fors’anco più vasto continente2!

60. Rimettendoci ora in via, ne’ capitoli precedenti noi abbiamo veduto l’attività infaticabile che una forza distruttrice spiegò a danno della Chiesa ne’ secoli che succedettero a’ sei primi relativamente all’educazione del popolo e del Clero (Cap. i, e ii.); seguitiamo ora a considerare questa forza inimica applicata a disciogliere l’unione dell’Episcopato.

I primi successori degli Apostoli, poveri e privati, trattavano fra di loro con quella semplicità che è infusa nell’anime dal Vangelo, e che è l’espressione del solo cuore. Per essa l’uomo comunica immediatamente sè stesso al suo simile, e per essa la conversazione de’ servi di Dio e così facile e soave, utile e santa. Tale era la conversazione de’ primi Vescovi. Ma ove questi furono circondati e quasi vallati dal potere temporale, il loro accesso divenne difficile; l’ambizione secolaresca inventò de’ titoli fissi, e determinò un cerimoniale materiale, esigendo dagli uomini, in prezzo del poter trattare co’ loro Prelati, de’ generosi sacrificî di amor proprio, però bene spesso un tributo di avvilimento, perchè di finzione e di menzogna. Per queste sempre crescenti esigenze si pervenne al punto che i soli preliminari del trattare de’ cristiani co’ principi della Chiesa si resero implicati di cavillose quistioni sopra formalità, e ben sovente tali, che non ammettevano una possibile, cioè una ragionevole soluzione; e il pensiero del pastore della greggia di Cristo, degno d’essere riserbato a meditare le sublimi verità, a trovare i prudenti consigli, si trovò esaurito nello studio e nella tutela di questi nuovi diritti della Chiesa, nascenti dal nuovo codice di cerimonia. Quindi il carattere si rese diffidente, serio, e ingannato-

  1. Si può forse trovare un eccezione a questa legge solo noi primi secoli. In questi operò la sola forza organizzatrice, ma l’antagonismo non mancava, ella aveva la sua opposizione al di fuori della Chiesa nella società pagana.
  2. Al periodo di distruzione succede dunque un periodo di rifacimento. Questo rifacimento appartiene non al moto, ma allo stato della Chiesa. Contemporaneo poi alla distruzione è un periodo organizzatore: questo appartiene al movimento; è il tempo delle intraprese. A questo succede una stanchezza; tempo di stazione. Nel tempo di moto adunque lavorano due forze estremamente attive; l’una edifica, e l’altra distrugge. Nel tempo di stazione operano pure due forze ma di poca lena entrambi, l’una raggiusta partitamente i guasti, l’altra guasta ancora, ma più per negligenza che per altro, siccome in fabbrica a cui, dopo essere edificata, manchi una buona manutenzione.