Pagina:Delle cinque piaghe della Santa Chiesa (Rosmini).djvu/85

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se maravigliato, perchè essi erano atti non di rigore, ma di favore, e non contrariavano de’ vizi potenti ed ostinati.

96. Ma oltracciò quelli che s’oppongono alla condotta tenuta dalla Chiesa con Enrico iv, fanno argomento delle loro interminabili ed amare declamazioni i mali che ridondarono per sì lungo tempo nella società della lotta della Chiesa coll’impero. Io vorrei pregar costoro in primo luogo, che sapesser vedere appunto in questi mali una delle ragioni per le quali la Chiesa s’astenne prima del secolo di Gregorio vii da simili estremità1; e però non volessero più far militar e questo essersi la Chiesa astenuta da simili pericolosi atti fino al secolo xi, il più corrotto di tutti, e nel quale non potè più sostenere il delitto, come una ragione contro alla giurisdizione della medesima. Di poi vorrei chiamarli a considerare freddamente la questione «se il passo di Gregorio era di tal natura da cagionare necessariamente tutti quei mali che ne seguirono.»

97. Quella lotta terribile non fu già a vero dire fra il sacerdozio e l’impero, come volgarmente si suol credere, ma fu una lotta, fatta «a nome del Sacerdozio e dell’impero»: fu più tosto il Sacerdozio diviso in due parti l’una delle quali combatteva per la Chiesa, ed era la Chiesa, l’altra combatteva per sè contro la Chiesa, e si copriva col colore dello zelo de’ diritti dell’impero. I nobili, come pure il popolo, erano concordi dalla parte del Papa2; ma contro il Papa erano molti Vescovi ricchi e possenti. La ra-

  1. Enrico stesso in una lettera che scrive al Papa, parlando di Giuliano apostata, ascrive non alla mancanza di diritto, ma alla prudenza della Chiesa il non averlo essa deposto. — Cum etiam Julianum Apostatam prudentia sanctorum Episcoporum non sibi, sed soli Deo deponendum commiserit. Questa era la maniera di pensare comune ai tempi di Enrico. Come si mutò questa maniera di pensare fra i cristiani? Onde traggono l’origine le moderne opinioni di diritto pubblico cristiano? Ecco una quistione ben importante.
  2. Furono i principi tedeschi quelli che portarono la causa di Enrico al Papa. Nè già i soli Sassoni, come alcuni storici moderni vogliono far credere, ma gli Svevi, e gli altri popoli tedeschi, come riferisce Brunone nell’Istoria della guerra di Sassonia. Dopo descritto le rotte dissolutezze e le tirannie senza modo di Enrico, prosiegue a dire: Gens vero Svevorum, audita Saxonum calamitate, clam Legatos suos ad illos misit, et foedus cum ejus fecit, ut neuter populus ad alterìus oppressionem regi ferret auxilium. — Eamdem querimoniam fecerunt ad invicem omnes pene regni teutonici principes, sed tamen palam nullus audebat fateri. Quando poi Gregorio vii dissuase, con lettera piena di uno spirito veramente evangelico di concordia, i principi tedeschi adunati in Gerstenge dall’eleggersi un altro re, allora questi principi uniti nella deliberazione di eleggere un altro re, erano pars longe maxima. Qualche anno dopo, volendo ancora i principi adunati a Teibur eleggersi un altro re, rimisero finalmente di nuovo le cose nelle mani del Papa, mandando ad Enrico, supplichevole e disposto di accettare ogni condizione, de’ nunzî che gli dicessero: Tametsi nec in bello nec in pace ulla unquam et justitiae vel legum cura fuerit; se legibus cum eo agere velle (che cosa erano queste leggi, secondo le quali volevano i signori tedeschi trattare Enrico, se non leggi fondamentali, e in una parola, la Costituzione cristiana dello Stato?), et cum crimina quae ei objiciuntur omnibus constent luce clariora, se tamen rem integram Romani Pontificis cognitioni reservare etc. Di che è manifesto, che la causa era compromessa nelle mani del Papa dalla stessa nobiltà tedesca, alla quale spettava l’elezione del re. E che questo corpo elettorale dello stato si tenesse di buona fede in diritto di eleggere un altro re, se Enrico si ostinasse nelle sue colpe, apparisce dalle parole che sieguono della legazione; poichè dopo aver prescritto ciò che Enrico dovesse fare per dare soddisfazione allo Stato, di cui avea violato le leggi, i legati erano incumbenzati di dire al re: Porro si quid horum praevaricetur, tum se omni culpa, omni jurisjurandi religione, omni perfidiae infamia liberatos, non expectato ulterius Romani Pontificis judicio, quid reipublicae expediat, communi consilio visuros. Ecco qual era il jus pubblico di quel tempo. Questo linguaggio nè fu smentito da Enrico, nè fu ripreso dal Papa, nè da nessuno trovato strano o contrario alla giustizia ed all’equità. Solo i filosofi de’ nostri tempi se ne scandalizzano, e gridano: ai ribelli!!!!