Pagina:Dieci lettere di Publio Virgilio Marone.djvu/38

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Lettera Quinta 31

Ma che diremo de’ subiti slanciamenti di quell’affetto in tanti modi, e con tanto impeto espressi?

Deh perche tacque ed allargò la mano,
Che al suon di detti sì pietosi e casti
Poco mancò, ch’io non rimasi in cielo!

e altrove

Aprasi la prigione ov’io son chiuso,
E che il cammino a tal vita mi serra...

e quel sì passionato

Dolor, perche mi meni
Fuor di cammino a dir quel ch’io non voglio...

e quell’altro:

Lagrime triste, e voi tutte le notti
M’accompagnate ov’io vorrei star solo...

Converrebbe ridirvi gran parte di ciò che udiste chi volesse di tutti i trasporti parlare di quella nobil passione, e così far dovrebbesi chi del suo stile intendesse di rendere piena ragione. Vero merito fu del Petrarca il creare per una poesia nuova una lingua, e uno stile affatto nuovo, e sol proprio degl’italiani dopo il suo esempio. I più nobili, i più gentili modi di dire, le grazie dell’elocuzione, le frasi insomma e l’espressioni poetiche, e proprie di lui, e degl’italiani, tutte, o poco meno, a lui son dovute. Il suo cuore e il suo ingegno ne furono i primi inventori, da niun di noi non le apprese, nè trasportò d’altra lingua, e quinci in alcuna altra lingua non ponno tradursi. Ciascuna ha le sue formole, come le terre e i climi hanno i lor frutti, e quelle e queste tralignano, o perdon di forza a trasportarle in paese straniero. Il Petrarca diede all’Italia le sue, nè per tempo, nè per vicenda non si perderanno giammai, che han troppo felice origine, e generosa. Egli stesso l’Amore le dettò di sua bocca al Poe-