Pagina:Dieci lettere di Publio Virgilio Marone.djvu/55

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48 Lettera Ottava

quali per una Canzone, quali per un Sonetto, molti ancora per un sol verso, che accesero vasti incendj, e spesso cangiaronsi (chi ’l crederebbe?) in armi omicide, e spargimento fecer di sangue. Noi che la pace, e la sicurezza abbiam sempre amata, femmo tosto avvertire i tre Giudici, e Magistrati del basso regno, perche al pericolo provvedessero. L’inesorabil Minosse tosto v’accorse per udir le ragioni de’ malcontenti, e per metter freno a tant’ira, quanta già ne mostravano quegl’italiani a’ certi segni di morder le dita, di minacciare, di fremere, e di guardar bieco qua e là ragunandosi in oltre, e parlando tra loro all’orecchio.

Ma peggio fece il Giudice chiedendo il motivo de’ loro sdegni. Poiche coloro l’assalsero con tanti testi, e precetti, e comenti del grande Aristotile, con tante Poetiche, e Ragionamenti, e Lezioni, e Proginnasmi, e Osservazioni, e Annotazioni, e Considerazioni in gran tomi adunate, e con tanto tumulto e con sì alte grida assordaronlo, che se il prudente Minosse non minacciavali di scatenare il Can Cerbero, e mandar sopra loro tutte le furie d’Averno co’ lor flagelli, mal campava da quella tempesta. Scoprissi poscia una congiura, ch’essi tramavano avendo già l’Aretino secrete intelligenze con molti de’ condannati d’Inferno, ch’ei meditava d’andar con gli altri d’accordo, e a mano armata a liberare, sciogliendo i lacci a Tizio, e a Prometeo, dando bere a Tantalo, slegando Sisifo, ed Isione dalla ruota, e dallo scoglio. Ma il più forte della congiura, e il più astuto consiglio era una gran raccolta di volumi poetici, e di versi del cinquecento, e di toscane, e fiorentine poesie d’ogni maniera, ond’ei meditava d’estinguere le fiamme infernali, e di congelare il fiume Lete e lo Stige in tutt’i nove suoi giri. Pretendeano costo-