Pagina:Dieci lettere di Publio Virgilio Marone.djvu/56

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

Lettera Ottava 49

ro sottrarsi dall’obbedienza del Re d’abisso, e torgli lo scettro, onde regnare su l’ombre, e vendicarsi de’ nostri giudizi. Ciò scoperto da noi, e volendo evitare cotanto scandalo, si prese consiglio di rompere affatto le nostre adunanze, onde la pace a poco a poco tornossi nelle sedi dei morti.

Ma come altamente ci stava fissa nell’animo la salute, e l’onore della italica poesia, nè la brama cessava in noi di conoscere, e di gustare le produzioni degli ottimi ingegni italiani; fu preso consiglio di non lasciar del tutto l’impresa, e, non potendosi negli Elisi, venir apprestando un rimedio, e a procacciarne notizie dai viventi. Io fui trascelto per questo uffizio, e mi portai di buon grado a riveder questa terra, di cui la breve mia vita troppo poco concessemi di godere. Io venni dunque tra i vivi, e sotto altro nome mi posi a conoscere lo stato dell’italiana poesia. Nè altrove che in Roma pensai di poter esserne a pieno istrutto, ove siccome in centro, tutto l’ottimo della terra non che dell’Italia sapea ritrovarsi. Ma qual Roma fu quella, ch’io vidi! Benché il Tevere, e i sette colli, e il Tarpeo, e l’Esquilie mie stesse, ove sì dolcemente abitai, non mi lasciassero temer d’errore, pur non credetti d’essere in Roma. Ben m’aspettava di veder mutate le cose dopo diciotto secoli, ma non certamente a sì gran segno. Un deserto mi parve quella Regina del mondo, e tra il silenzio delle vie solitarie, tra l’infezione dell’aria, e l’impaludare de’ luoghi un tempo più frequentati, m’arrestai per orrore, e mi rivolsi fuggendo a cercare gli abitatori, e la gente Romana. M’avvenni appunto ad un luogo, ove stava sedendo e dentro e fuori una moltitudine di persone diverse tra loro ragionando; mentre quà e là versavasi loro dentro piccole taz-