Pagina:Dieci lettere di Publio Virgilio Marone.djvu/58

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

Lettera Ottava 51

una Gallica donna dalla remota Sequana recentemente venuta recando seco per tutta Italia le grazie non solamente, e il fior dello spirito, ma celebre fatta per un Epico suo poema, e per Tragedie eziandio: nè le memorie di Roma antica da lei tanto riscuotere di maraviglia, quant’ella da Roma moderna ne riscotea. Parvemi allora, che dal trionfo di questa donna vendicati assai fossero i trionfati Galli, e che le Romane vittorie per Cesare riportate, o per altri non dovessero più vantarsi da’ suoi nepoti. Già più non mi fecero maraviglia dopo ciò moltissime novità. I Britanni dal mondo divisi, ed ultimi della terra, che in Roma oggi incontrai non sol liberi, ma potenti, e per l’amore dell’arti, e per la cultura ancor delle lettere insigni; anzi pur Mecenati dell’arti, e degl’ingegni divenuti: i Cimbri, i Teutoni, ed i Sicambri, già da noi riputati delle fiere più fieri, e neppur meritevoli d’essere soggiogati, che su la riva dell’Istro han trasportato l’Imperio Romano, e del lor sangue eleggono da gran tempo il successore d’Augusto: gli estremi Sciti, indomiti, e vagabondi un tempo, vantar leggi, e costumi, e liberali studj portandoli insino a Roma per ammaestrarla: e le Accademie, e i Parnasi fiorenti tra tutte queste nazioni, e ne’ climi gelati, questi prodigi mi persuasero, che doveva dimenticarmi d’ogni memoria de’ giorni miei, né la mia Patria, né la mia Roma in mente avere mai più.

Certo, diss’io, la poesia dell’Italia con tutte l’arti, e gli studj dopo sì strane vicende cambiata aver denno del tutto fortuna e stato. Qual esser può mai poesia d’un popolo, che ha tanto usato co’ barbari, e in tanto pregio mostra d’avere le barbare Poesie? Né veramente altro che barbara mi parve quella, che udì