Pagina:Dieci lettere di Publio Virgilio Marone.djvu/63

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56 Lettera Nona

quai novità d’altra parte mi venivano innanzi? Quanti incontrava con vesti nere, e con capo sì bianco, ch’io li prendea per canuti, benché d’aspetto più che giovanile, se non avessi scoperta la polve bianchissima che lor dal capo cadea su le vesti. E quanti altri di spada armati, e con essa al fianco a visitare gli amici, ad orare ne’ templi, come se dappertutto temessero assalto, eppur tutt’altro mostravano che d’esser guerrieri. Il non chiamarsi alcun mai che col titolo di Signore, benche nato plebeo, mentre Augusto nol volle parendogli troppo eccelso; il dirsi servo anzi schiavo a cento padroni che s’incontran per via, dopo d’essere stato il Popol Romano Sovrano del mondo, e dopo aver per ischiavi tenuti i Re; e gli onori, le inclinazioni, i gran titoli ad ogni gente profusi, tutto ciò ben parea strano a me, che con Orazio, e con gli altri, diceva Mio caro amico a Mecenate, ch’era l’amico, e il ministro dell’imperadore. Assai temo, che codesti usi vostri siano indizi di vanità, e di debolezza, onde volete nodrirvi d’un’apparente grandezza perduta avendo la vera. Gli antichi Romani ignorarono tutto questo, e signoreggiavano tutta la terra.

Ma venghiamo alla Poesia. Non ho potuto tacervi, amici Italiani, le nuove cose da me vedute, perché d’alcune purghiate la patria, se far si può, e d’altre intendiate la vanità e la follia. Così avvenisse pure degli abusi poetici, e letterarj, che allignan tra voi! Per non annojare me e voi lungamente parlandone eccovi in poco i giudizj, che Greci e Latini portarono intorno a’ vostri Scrittori, poiche dalla terra tornato agli Elisj recai loro certe novelle de’ vostri Poeti esaminati da me senza passione, e con diligenza. Questi egregi maestri pensarono, che a far risorgere l’ottima Poesia