Pagina:Dieci lettere di Publio Virgilio Marone.djvu/64

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Lettera Nona 57

nell’Italia dovesse in prima scemarsi la vasta, ed inutile multiplicità de’ Poeti, e dell’opere loro; l’ottimo eleggersi, e di quel farsene quasi un sacro deposito, ad esempio della gioventù, che nacque alla Poesia. Eccovi adunque la lor sentenza.

Scelta, e Riforma de’ Poeti Italiani per comodo
della vita e della Poesia.


Tutti gli antichi, o contemporanei di Dante, si consegnino alla Crusca, o al fuoco.

Dante sia posto tra’ libri d’Erudizione, siccome un codice, e monumento d’antichità; lasciando alla Poesia que’ cinque canti incirca di pezzi insieme raccolti, che gli antichi stimarono degni nella lettera terza.

Petrarca regni sopra gli altri, ma non sia tiranno, ed unico. Si ripurghi di una terza parte inutile, e le due parti stesse migliori abbian notate in margine, per evitarsi da i giovani, alcune rime forzate, alcune strane parole, alcuni modi viziosi, e tutte le fredde allusioni.

Le Ottave rime del Poliziano si serbino con alcun piccolo pezzo di Giusto de’ Conti, che non sia tutto Petrarchico; alcune imagini ed espressioni del Tibaldeo.

Bembo, Casa, Costanzo, Guidiccioni e i cinquecentisti tutti riducansi ad un librettino di venti Sonetti, e di tre Canzoni, togliendo a un bisogno quà un quadernetto, là un terzetto, o una stanza, in cui sia qualche nuova bellezza, e mettendo alcuna cosa nelle chiuse, sicche mostrino d’essere un finimento.

L’Ariosto può far de’ Poeti, ed eziandio più regolati di lui. Egli è gran Poeta, se alcuni canti si tronchino dell’Orlando furioso ch’egli stesso condanna, e tutte le stanze che non contengono fuor che turpi buffonerie, miracoli di Paladini, incanti di Maghi, o soz-