Pagina:Dieci lettere di Publio Virgilio Marone.djvu/9

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2 Lettera Prima

possiam noi giudicare, essi dicono, della moderna poesia. Mi son dunque applicato con esso gli amici a conoscere la vostra lingua, nè difficile è stato a noi l’impararla poiché in gran parte è la stessa, che noi parlammo, vivendo in mezzo a Roma con gli schiavi, col popolo, e con le femminette. A voi non è ignoto che, oltre alla lingua latina più nobile, e più corretta, che gli Scrittori, e i Patrizj usavano, un’altra era in uso tra ’l volgo, che popolare dicevasi, come legger potete in Cicerone, e molti de’ vostri dotti han mostrato, se il ver mi disse un certo vostro autore per nome Celso Cittadino già tempo fa, e recentemente Scipione Maffeio, uomo, che alla modestia, all’eloquenza, al sapere mi parve più tosto del mio, che del secolo vostro.

Lo studio da me postovi nuovamente m’ha fatto più familiare l’italico idioma, e in questo vi scrivo, temendo assai non sia forse usato abbastanza il latino tra voi, né molto inteso, come vediamo di tanti poeti, che a noi vengon d’Italia tuttodì. Che se voi trovate tuttor nel mio stile qualche aria di latinità mi scuserete, sapendo non giugnersi mai al possesso d’una lingua non propria, e molto men della vostra presente, che sembra diversa da quella de’ vostri Padri dell’ottimo secolo, e forestiera lor sembra oggi quaggiù. Per altro qual essi la scrissero, e quale anche oggi si scrive da chi ben la studia, a noi parve bellissima. Riconosciamo in essa ricchezza, e pieghevolezza mirabile, chiarezza, armonia, dignità, e forza con altre doti acquistate da lei ne’ cinque ultimi secoli, in che maggiormente da chiari ingegni fu coltivata. L’amico Orazio al leggere un giorno certe Poesie Frugoniane, si nominavano io credo, d’armonia piene, di colori, e di grazia, preso da un estro improvviso gridò a noi rivolto,