Pagina:Discorsi sopra la Prima Deca di Tito Livio (1824).djvu/604

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a cavallo e l’ultimo scenderne. Donde che, stando esposto a uno vento che il più delle volte a mezzo dì si leva di in su Arno, e suole essere quasi sempre pestifero, agghiacciò tutto; la quale cosa non essendo stimata da lui, come quello che a simili disagi era assuefatto, fu cagione della sua morte. Perché la notte seguente fu da una grandissima febbre assalito; la quale andando tuttavia in augumento, ed essendo il male da tutti e’ medici giudicato mortale, e accorgendosene Castruccio chiamò Pagolo Guinigi e gli disse queste parole: - Se io avessi creduto, figliuolo mio, che la fortuna mi avesse voluto troncare nel mezzo del corso il cammino per andare a quella gloria che io mi avevo con tanti miei felici successi promessa, io mi sarei affaticato meno e a te arei lasciato, se minore stato, meno inimici e meno invidia. Perché, contento dello imperio di Lucca e di Pisa, non arei soggiogati e’ Pistolesi e con tante ingiurie irritati e’ Fiorentini; ma, fattomi e l’uno e l’altro di questi dua popoli amici, arei menata la mia vita, se non più lunga, al certo più quieta, e a te arei lasciato lo stato, se minore, sanza dubbio più sicuro e più fermo. Ma la fortuna, che vuole essere arbitra di tutte le cose umane, non mi ha dato tanto giudicio che io l’abbia potuta prima conoscere, né tanto tempo che io l’abbi potuta superare. Tu hai inteso, perché molti te lo hanno detto e io non l’ho mai negato, come io venni in casa di tuo padre ancora giovanetto e