Pagina:Discorsi sopra la Prima Deca di Tito Livio (1824).djvu/616

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284 dell’ira

tudine del veder quella pittura, e dipoi tornando novellamente a rivederla, meglio e più drittamente ne giudichi, ed in essa conosca i difetti, i quali forse gli avrebbe celati la continua familiarità. Ma perciocchè non è possibile che l’uomo se stesso da sè stesso separi, o il senso proprio lontani da sè, da questo nasce per la continua familiarità di sè medesimo, ciascuno di sè proprio divenga ingiusto giudice più che d’altrui; perciò questo rimedio ne resta a conoscere li nostri difetti, che gli amici l’un l’altro considerino, e l’uno all’altro si tornino a mostrare, non per aver indizio se più o meno alcuno sia macchiato, o più robusto, o più debole si trovi di corpo, ma l’esamina si faccia de’ costumi e del modo della vita, o se ’l tempo avrà in alcuno augumentato virtù, o in parte menomato, o del tutto estirpato qualche vizio. Il che ho detto a questo proposito, perciocchè essendo io questo anno ritornato in Roma, e dimorato teco alquanti mesi, non ho giudicato tanto degno di ammirazione il grande accrescimento di ricchezze fatto con la tua singulare industria, nel tempo che da te sono stato lontano, quanto reputo ben degno di maraviglia grandissima il veder quella tua già così facile infiammazione all’ira, esser da te con ragione tanto intepidita e mansuefatta, che per lo piacere che io ne sento mi giova di dire: O iracundia, quanto sei fatta piacevole! E non già che tanta piacevolezza d’animo abbia in te generato pigrizia o tardezza, ma ad uso del buon campo