Pagina:Don Chisciotte (Gamba-Ambrosoli) Vol.1.djvu/37

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capitolo ii. 19


luce la vera storia delle famose mie geste, il savio che le scriverà, accingendosi a dar conto di questa mia prima uscita sì di buon’ora, non cominci in questa maniera? “Aveva appena per l’ampia e spaziosa terra il rubicondo Apollo stese le dorate fila dei suoi vaghi capelli, e appena i piccoli dipinti augelli con le canore lor lingue avevano salutato con dolce melliflua armonia lo spuntare della rosea aurora, la quale abbandonando le morbide piume del geloso marito mostravasi per le porte e finestre del Mancego orizzonte a’ mortali, quando il famoso cavaliere don Chisciotte della Mancia, lasciate le oziose piume, salì sul famoso suo cavallo Ronzinante, e cominciò a scorrere l’antica e celebre campagna di Montiello... (ed era il vero, da che battea quella strada) poi soggiunse esclamando: “O età fortunata, o secolo venturoso in cui vedranno la luce le famose mie imprese, degne di essere incise in bronzi, scolpite in marmi, e dipinte in tele per eterna memoria alla posterità! O tu savio incantatore, chiunque tu sia per essere, a cui sarà dato in sorte d’essere il cronista di questa peregrina storia, priegoti di non obbliare il mio buon Ronzinante, perpetuo compagno in ogni mio viaggio e vicenda„. Talora prorompeva come se fosse stato innamorato da vero: “Ah principessa Dulcinea, signora di questo prigioniero mio cuore, gran torto mi avete fatto col darmi commiato comandandomi altresì ch’io non osi mai più comparire al cospetto della vostra singolare bellezza! Vi scongiuro, signora mia, di rammentarvi di questo cuore che v’è schiavo, e che tanto soffre per amor vostro!„1 Andava egli a questi infilzando altri spropositi, alla maniera di quelli che aveva appresi dai suoi libri imitandone a tutta sua possa il linguaggio; e intanto procedeva sì lento, e il sole, alzandosi, mandava un ardor sì cocente, che avrebbe potuto dissecargli il cervello, se pur gliene fosse rimasto alcun poco.

A questo modo viaggiò tutto quel giorno senza che gli avvenisse cosa degna d’essere ricordata; del che disperavasi, bramando avidamente che gli si offerisse occasione da cimentare il valor del suo braccio. Alcuni autori affermano che la prima sua avventura fu quella del Porto Lapice; altri dicono quella dei mulini a vento: quello però che ho potuto riconoscere, e che trovai scritto negli annali della Mancia si è ch’egli andò errando per tutto l’intiero giorno, e che all’avvicinarsi della notte sì egli come il suo ronzino, si trovarono spossati e morti di fame. Che girando l’occhio per ogni parte per vedere gli venisse scoperto qualche castello o abituro pastorale ove ricoverarsi, e trovar di che rimediare a’ suoi molti bisogni, vide non lungi

  1. Allusione a quel passo dell’Amadigi nel lib. II, c. 44, quando Oriana gli vieta di comparirle mai più dinanzi.