Pagina:Don Chisciotte (Gamba-Ambrosoli) Vol.1.djvu/544

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
526 don chisciotte.

signor don Chisciotte mio padrone sia incantato quanto è vero che la madre di voi altri abbia me partorito. Egli se ne sta perfettamente in cervello, mangia, beve e serve ad altre sue bisogne come il resto degli altri uomini, e come faceva jeri prima che lo ingabbiassero: e se così è perchè mai vogliono farmi credere adesso ch’egli sia incantato? Ho inteso dire da molti che gl’incantati non mangiano, non dormono, non parlano; ma il mio padrone, se non viene interrotto, parla più che trenta avvocati„. Voltandosi poscia verso il curato, proseguì dicendo: — Ah signor curato, signor curato, cred’ella forse che io non l’abbia conosciuta? Pensa vossignoria che quantunque io sia cheto non indovini dove vadano a finire questi nuovi incantesimi? Sappia bene ch’io la raffiguro per quanto ella si copra bene la faccia, e sappia pure che io la intendo per quanto si sforzi di avviluppare i suoi imbrogli; in fine, dove regna la invidia non può vivere la virtù, nè dove sta la miseria può aver luogo la liberalità. Maledetto sia il diavolo, che se non fosse per colpa di sua Riverenza sarebbe a quest’ora il mio padrone ammogliato colla regina Micomicona, ed io sarei conte per lo meno; chè altro non avrei potuto aspettarmi dalla bontà del mio signore dalla Trista Figura e dal merito della mia leale servitù. Io comprendo pur bene da tutto questo, quanto sia vero il proverbio: Che la ruota della fortuna gira più che una macchina da mulino; e quelli che ieri si trovavano in posto eminente, oggidì non hanno di che mangiare. Mi duole per i miei figliuoli, mi duole per la mia moglie, chè quando potevano e dovevano sperare di vedermi ritornare già fatto governatore o vicerè di qualche isola o regno, mi vedranno entrare in casa fatto mozzo di stalla. Tutte queste cose, signor curato mio, non le dico per altro fine che per pregare quanto più posso la vostra Riverenza ch’ella si rechi a coscienza il mal governo che fa di questo mio buon padrone; e badi bene che Dio Signore nell’altra vita non le dimandi conto della sua prigionia, e non le imputi a colpa se il mio signor don Chisciotte non soccorre i bisognosi, e non fa tutto quel bene che farebbe qualora fosse fuori di questa gabbia. — Oh bella davvero! disse a questo punto il barbiere; voi pure, o Sancio, siete dello stesso avviso del vostro padrone? Viva il cielo che vo vedendo che bisognerà tenere voi pure incantato al pari di lui in una gabbia, poichè pizzicate della sua pazzia, e andale così goffamente immaginando di dover essere governatore di un’isola. — Io, rispose Sancio, non sono pazzo per nessun conto, ma galantuomo; e so che il mio padrone potrebbe conquistare tante isole da non trovare a chi darle; e guardi bene come parla vossignoria, signor barbiere, perchè tutto non