Pagina:Don Chisciotte (Gamba-Ambrosoli) Vol.1.djvu/545

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capitolo xlvii. 527

consiste al mondo nel fare delle barbe, e passa gran differenza da un Pietro a un Giovanni: ciò dico perchè ci conosciamo tutti, e a me non si vendono lucciole per lanterne; e per quello che risguarda l’incantesimo del mio padrone, Dio sa la verità: ma lasciamo questa cosa, chè tanto più puzza, quanto più si rimescola„. Non volle rispondere il barbiere perchè Sancio non iscoprisse colla semplicità sua quello che tanto premeva di nascondere agli altri. Con questo fine il curato avea detto al canonico che camminasse un poco più, che gli svelerebbe l’arcano dell’ingabbiato con altre cose di sua soddisfazione. Lo compiacque il canonico, e andò innanzi co’ suoi compagni e con lui, prestando attento orecchio a quanto il curato gli diceva sulla condizione, vita, pazzia e costumi di don Chisciotte; sull’origine e della causa delle sue stravaganze, e di tutto il seguito degli avvenimenti sino al punto dell’averlo rinchiuso in quella gabbia, per ricondurlo al suo paese e tentare qualche rimedio affine di sanarlo. Fecero nuovamente le maraviglie il canonico e i suoi servitori nell’udire la peregrina istoria di don Chisciotte; e quando l’ebbero ascoltata per intero, disse il canonico: — Trovo per verità, signor curato, dal canto mio che sono di grande pregiudizio alla repubblica i così detti libri di cavalleria: e tuttochè anch’io istigato da un falso piacere li abbia conosciuti quasi tutti, non mi avvenne però mai di poterne leggere un solo dal principio al fine, trovandoli presso a poco tutti di una stessa pasta, nè avendo l’uno merito maggiore dell’altro. Parmi che questo genere di libri e di composizioni cada nella classe delle favole così dette Milesie, che sono racconti spropositati i quali mirano a dilettare e non a dare insegnamento, a differenza degli apologhi che dilettano ed ammaestrano ad un tempo stesso. Se il fine principale di simiglianti opere è quello di ricrear l’animo, non so come possano giugnere a conseguirlo, essendo piene di tante stoltezze fuori d’ogni proporzione o credibilità. E in fatti che vaghezza mai o quale proporzione di parti col tutto può spiegare un libro od una favola, dove un giovinotto di sedici anni dà un colpo a un gigante grande come una torre, e lo partisce in due come se fosse pasta di zucchero? E che si può credere quando ci vengono a dipingere una battaglia, raccontandoci che i nemici contano da parte loro un milione di combattenti? Che diremo noi della facilità che ha una regina o imperatrice di darsi in balia di un errante e sconosciuto cavaliere? Qual ingegno mai, se non è barbaro e incolto del tutto, potrà restare soddisfatto leggendo che una gran torre piena di cavalieri solca da sè sola il mare come nave guidata da prospero vento, ed oggi pernotta in Lombardia, e dimani trovasi allo spuntare del