Pagina:Don Chisciotte (Gamba-Ambrosoli) Vol.2.djvu/23

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capitolo i. 13

— Io non so di tante storie, disse don Chisciotte, ma essendo certo della onestà del signor barbiere, tengo per valido il suo giuramento. — Quando nol fosse, soggiunse il curato, io guarentisco per lui che non parlerà più di un muto, sotto pena di sottostare al pagamento di quanto sarà giudicato con definitiva sentenza. — E chi dà guarentigia per vossignoria, signor curato? disse don Chisciotte. — Il mio ministero, rispose il curato, che m’impone di guardare il segreto gelosamente. — Or bene, soggiunse allora don Chisciotte; e che altro occorre se non che sua Maestà comandi per pubblico banditore che abbiano in un dato giorno a trovarsi uniti alla corte tutti i cavalieri erranti che sono dispersi per la Spagna? Chè quando ne comparisse niente più di una mezza dozzina, già basterebbero per distrugger l’immensa podestà del Turco. Mi onorino vossignorie della loro attenzione, ed accompagnino il mio ragionamento. Sarebbe forse novità che un solo cavaliere errante avesse sbaragliato un esercito di dugentomila combattenti, come se tutti insieme fossero stati di paste dolci e soltanto con una gola? E in prova di questo favoriscano dirmi: quante storie non abbondano elleno di siffatte maraviglie? Vivesse di presente almeno (venga il malanno a me, chè ad altri non lo vo’ augurare!) il famoso don Belianigi o alcuno degli innumerevoli discendenti da Amadigi di Gaula, chi se oggidì si trovasse alcuno di quel lignaggio, e venisse alle prese col Turco, in verità che non lo manderebbe al prete per la penitenza: ma Dio Signore avrà cura del suo popolo, e farà uscir in campagna taluno che se non avrà la gagliardia dei trapassati cavalieri erranti, non sarà al certo inferiore ad essi nel coraggio; e Dio m’intende, e non dico altro. — Ahi, ahi, sclamò la nipote a questo punto, ch’io possa morire se al mio buon zio non è tornato il capriccio di riprendere l’esercizio della cavalleria errante!„ Cui don Chisciotte: — Cavaliere errante sono, e cavaliere errante morrò se ne venga il Turco o se ne vada, e con quante forze gli pare: e torno a dire che Dio m’intende„. Soggiunse allora il barbiere: — Supplico le signorie vostre a permettermi di raccontare loro un picciolo caso occorso in Siviglia, che per cadere ora perfettamente a proposito mi viene voglia di non tacerlo„. Glielo permisero don Chisciotte e il curato; tutti gli prestarono attenzione, ed egli cominciò in questa guisa:

“Viveva nella casa dei pazzi in Siviglia un uomo collocatovi dai suoi parenti perchè giudicato fuori di senno: era addottorato nei canoni in Ossuna, ma lo fosse pur anche stato in Salamanca, come alcuni dicono, fatto sta ch’era pazzo. A capo di molti anni da che viveasi rinchiuso si persuase di essere ritornato savio e giudizioso,