Pagina:Doni, Anton Francesco – I marmi, Vol. I, 1928 – BEIC 1814190.djvu/80

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74 i marmi - parte prima


Carlo. Quei di Dacia avevano una usanza galante, perché non vi bisognava molta manifattura: uno si poneva a canto all’altro stretto stretto e non si discostavano che il marito poneva un nome alla donna e la donna all’uomo; come s’avevano posto il nome, erano congiunti per sempre e con quel nome si chiamavano.

Biagio. Piacemi questa; s’io avessi avuto una innamorata, avrei postoli il suo nome.

Carlo. I popoli di Pannonia passarono il segno, ciò è ebbero piú del buono: lo sposo, quando voleva tôr moglie, le mandava un idolo d’argento a donare e la sposa similmente ne mandava a donare un altro a lui; e questo era come è Panello.

Biagio. La dava cotesta usanza un poco piú nel civile. Èvvene piú? E’ mi son giá venuti a fastidio.

Carlo. Quei di Tracia avevano un modo di far matrimonio da pazzi: e’ pigliavano un ferro sottile e lo infocavano e l’uomo faceva un carattere alla donna e la donna all’uomo; poi era conchiuso il parentado.

Biagio. Umbè, da cavalli, con la marca! oh che gente insensata! So che dovevano avere una grande allegrezza la sera nel convito.

Carlo. Sí, per dio!, a pena si dovevan toccare.

Biagio. Io vi ricordo che egli è fuoco e non potevano toccar sí poco che non cocesse assai. Va in lá, mal tempo!, so che moglie non mi venirebbe a torno: il fuoco gli scotta, nel nome di Dio!

Carlo. La gente di Sicionia (non so come si domandino) mandavano la scarpetta della donzella al giovane ed egli la sua scarpetta a lei: e, dato le scarpette, l’era come dire impalmata. I tarentini, si ponevano a tavola, e, come lo sposo imboccava la donna a cena ed ella imboccava lui, non si faceva altro che dopo cena andare al letto. Gli sciti, in cambio che noi ci diamo la mano, lor si toccavano i piedi insieme, poi i ginocchi, poi il petto, e ultimamente s’abbracciavano: allora si dava ne’ suoni e nelle allegrezze, perché il matrimonio era finito. Questi son