Pagina:Doni, Anton Francesco – I marmi, Vol. I, 1928 – BEIC 1814190.djvu/79

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ragionamento sesto 73


egli voleva tôrre; ella accettava, e tagliavasi le sue e le mandava a donare a lui: e da indi in poi il parentado era bello e fatto.

Biagio. Oh che goffo trovato! Si potrebbe dire a certi che non si mozzano mai l’ugna: tu aspetti di tôr donna; e ancóra si ridurrebbe in proverbio. Seguitate.

Carlo. I teutonici...

Biagio. Che pazzi nomi!

Carlo. ... avevano per usanza, in quello scambio, che il marito radeva alla sposa il capo ed ella lo radeva a lui: cosí, come erano zucconati, si conchiudeva il «sí» fra loro e facecevano casa.

Biagio. E’ potevano andar tutti ad amazzar la gatta: non accadeva barbieri in cotesti paesi, perché ciascuno doveva saper radere. Deh, vedi pazza cosa!

Carlo. Gli armeni si fendevano gli orecchi.

Biagio. Oh, tagliavanseli come si fa a’ mucini?

Carlo. No, diascolo! Lo sposo fendeva l’orecchia diritta alla moglie e lei la manca a lui: cosí si chiamavano poi marito e moglie.

Biagio. Almanco si fossero eglino sfesso le froge del naso come si fa a’ barberi o ai cavalli bolsi!

Carlo. Quegli che si chiamano elamiti, il giovane forava un dito alla giovane e poi gli succiava il sangue ed ella a lui e il simil faceva: e da questo succiare ne derivava che mai piú s’abbandonavano.

Biagio. Deh, vedi che strani modi! È possibile che fussino sí goffi che non sapessin trovare altro modo piú bello e manco fastidioso? Io per me non avrei tolto moglie in cotesti paesi altrimenti.

Carlo. I numidi usavano questa cerimonia, che tutti due gli sposi sputavano in terra e con quello sputo facevano alquanto di fango e poi s’imbrattavano la fronte; e non si faceva poi altro che andarsene al letto.

Biagio. Questa era poca cosa; ma quel tagliarsi le dita e fendersi gli orecchi non mi va.