Pagina:Doni, Anton Francesco – I marmi, Vol. I, 1928 – BEIC 1814190.djvu/99

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ragionamento sesto 93


aggiramenti che fanno i vivi e ordinano per la morte! Chi vuole stare in aere, chi a mezzo, un altro nel muro, uno in terra, l’altro in cima de’ campanili: oh che pazze cose si fa egli! Io che son gobbo, mi vo’ far sotterrare a sedere, per istar piú agiato; perché l’avere a star tanto su le reni mi potrebbe generare qualche male grande, che io non ne leverei mai piú capo. Cotesta femina aveva un grande intelletto, se la faceva tanti libri.

Pandolfino. La ne fece degli altri assai: Della vanitá della gioventú, e un altro Della calamitá della vecchiezza. Pensa, Ciano, se l’era dotta! ché ella leggé filosofia naturale e morale nell’Academia d’Atene piú di trentacinque anni e compose forse da trenta otto o quaranta volumi ed ebbe per discepoli cento e dieci filosofi; poi si morí d’etá di settantasette anni.

Ciano. Oh che gran peccato che morisse una sí fatta femina! Ordinò ella il suo pitaffio galante o la sua cassa coperta di velluto, con bullette indorate, arme e altre cose da farsi guardare: «Ve’ lá; ve’ colá su; quella fu; quella fece»?

Pandolfino. La zucca! La virtú fa dir «véllo lá, eccolo qui» e non i velluti; i libri stanno in piedi, e vivono, non le casse e i depositi. Gli Ateniesi gli fecero bene sepoltura onorata e scrissero sopra alcune lettere, se la memoria mi servirá a dirle.

Ciano. Sí bene; se voi dite di queste, e’ non mi verrá mai sonno stanotte.

Pandolfino. «La gran greca Areta diace qua dentro, che fu il lume della Grecia: fu bella quanto Elena e onesta al par di Tirma; negli scritti suoi oprò sí ben la penna come Aristippo, nella dottrina paragonò Socrate e la lingua ebbe equale a Omero».

Ciano. Son troppo rare cose, e ci sarebbe sei persone a questi Marmi che non ne crederebbono i due terzi.

Lorenzo. Io ho un libro antico a casa, parente, all’altezza, a quegli dello Stradino, dove il Modogneto ha cavato tutte le sue composizioni e quel modo del dire contrapesato; e lo compose una donna chiamata Teoclea, sorella di Pittagora; e qui ho a canto una lettera che egli gli scrive, fra l’altre, quando