Pagina:Dopo il divorzio.djvu/68

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Quando zio Isidoro finì di cantare non c’era più nessuno tranne il sacerdote e un ragazzo che finiva di smorzare i lumi, zia Bachisia e un vecchio cieco.

Isidoro dovette ripetere da solo il ritornello delle laudi, poi si alzò, depose il campanello del quale si serviva per segnare le poste del rosario, e s’avviò. Zia Bachisia l’aspettava vicino alla porta; uscirono assieme ed ella gli diede i saluti di Costantino, poi gli chiese un favore; di pregare prete Elias perchè si degnasse d’andare a trovar Giovanna e farle una predica onde distoglierla dalla sua disperazione.

Egli promise e zia Bachisia si allontanò; nello stradale fu raggiunta da Giacobbe Dejas che era rimasto sull’alta spianata della chiesa guardando il villaggio ed i campi gialli inondati di sole.

— Come state? — chiese il servo a zia Bachisia.

— Ah, Dio mio, stiamo male senza esser malate! E tu come ti trovi coi nuovi padroni?

— Ah, ve l’ho già detto! Son caduto dalla padella nella brace. La vecchia è avara come il diavolo; vorrebbe che mi cascassero le viscere a furia di lavorare, e mi permette di tornare in paese, appena per ascoltar la Messa, ogni quindici giorni.

— E il padrone?

— Ah, il piccolo padrone? È un animale, ecco tutto!

— Cosa dici tu, Giacobbe?

— Ecco, dico la verità, uccellino di primavera. Egli si arrabbia come un cane per ogni piccola cosa, si ubriaca, ed è bugiardo come il tempo. Ecco, anzi Isidoro Pane vi avrà detto...