Pagina:Doyle - Le avventure di Sherlock Holmes.djvu/125

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Avevano già dimenticato il girovago rifugiato in cucina; perchè nelle campagne non è cosa rara che all’inverno un poverello venga chiedere da cena e si faccia albergare la notte.

Finalmente la chiave girò nella serratura, la porta si schiuse lentamente; nella luce fantastica delle candele rosse, bianche, gialle, il ceppo di abete si ergeva protendendo in ogni senso i suoi rami, che piegavano sotto il peso dei giuocattoli.

Grida di ammirazione echeggiarono, dominate in breve da uno acuto di angoscia, quasi di terrore, emesso dalla madre. Ella, accanto ad Elisa, aveva veduto il figlio suo da tanto tempo atteso, e il cui arrivo la gettava in un turbamento estremo.

Fece l’atto di slanciarsi verso lui, ma il marito la trattenne con un gesto.

— Che significa questo? egli pronunciò.

— Papà! disse Elisa con voce supplichevole, voi sarete indulgente.... la santità di questo giorno vi disporrà al perdono!

Il figlio alla sua volta si avanzò.

Era un bel giovane di vent’anni, dal colorito bronzino, dai capelli bruni ondulati.

— Padre mio — disse — ho peccato verso di voi, ma spero nondimeno di ottenere il mio perdono in questa festa di famiglia.... Se sapeste, era cosa più forte di me, dovevo partire, il mare mi soggiogava troppo, del pari che i paesi lontani. Oggi ritorno attirato dall’idea della famiglia, dal bisogno di rivedervi tutti. E ne attesto il cielo, voi non avete ad arrossire di me: ho saputo guidarmi, come ve lo dirà questa lettera del mio capitano, un onesto uomo che s’interessa a me, e che volle indirizzarvi una parola in favor mio.

Ciò dicendo, il giovane marinaio porse al dottore una lettera del capitano della sua nave, lettera in cui il vecchio lupo di mare faceva appello alla clemenza del padre, e tessendo del figlio il più bell’elogio.

Tutti gli occhi erano rivolti verso il dottore.

Quando egli ebbe letto la lettera fino alla fine, tossì; indi in tuono che voleva esser duro, chiese:

— Ah! ma vorrai almeno spiegarmi come entra-