Pagina:Dumas - Il tulipano nero, 1851.djvu/150

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— Bellissima, rispose Cornelio, guardando Rosa.

— Sì, sì, troppa veduta, troppa veduta.

In quel frattempo i due piccioni spaventati dalla vista, e più dalla voce di quello sconosciuto, escirono dal loro nido e disparvero sbigottiti in mezzo alla nebbia.

— Oh! oh! che cosa è questa? domandò il carceriere.

— I miei piccioni, rispose Cornelio.

— I miei piccioni! esclamò il carceriere, i miei piccioni! Che forse un prigioniero ha qualcosa di suo?

— Allora, soggiunse Cornelio, i piccioni che Dio buono mi ha imprestati.

— Ecco già una contravvenzione, replicò Grifo; dei piccioni! Ah! giovanotto, giovanotto, io vi prevengo di una cosa, ed è che non più tardi di dimani quegli uccelli bolliranno nella mia pentola.

— Bisognerebbe prima di tutto che voi li prendeste, disse Van Baerle. Non volete che quei piccioni sieno miei, e vi giuro che non lo sono, ma molto meno sono vostri.

— Il lasciato non è perso, borbottò il carceriere, e non più tardi di dimani, loro torcerò il collo.

E nel fare questa sgarbata promessa a Cornelio, Grifo si spenzolò al di fuori per esaminare la struttura del nido: ciò che diede campo a Van Baerle di correre alla porta e di stringere la mano di Rosa che gli disse:

— Stasera alle nove.

Grifo tutto occupato dal desiderio di prendere nell’indomani i piccioni, come aveva promesso di fare, niente vide e niente intese; e dopo chiusa la finestra prese a braccio la figlia, escì, diede due girate alla