Pagina:Dumas - Il tulipano nero, 1851.djvu/252

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Van Herysen sempre al cenno del giovine dall’abito violetto, si assise, e tutto felice e superbo della importanza che eragli accordata, cominciò:

— Mia ragazza, mi promettete la verità, tutta la verità, sul conto del tulipano?

— Ve la prometto.

— Ebbene, parlate dunque davanti al signore, che è uno dei membri della società orticola.

— Signore, che cosa potrei dirvi, che io non abbia già detto?

— E allora?

— E allora, non posso che rinnovare la preghiera che vi ho diretta.

— Quale?

— Di far venir qui il signor Boxtel col suo tulipano, se io vedo che non sia mio, lo dirò francamente; ma se io lo riconosco, lo reclamerei anco davanti a Sua Altezza lo Statolder, con le prove alla mano!

— Voi dunque avete delle prove, bella ragazza?

— Dio, che sa il mio buon diritto, me le fornirà.

— Van Herysen scambiò un’occhiata col principe che dalla prima parola di Rosa, sembrava cercasse di richiamarsi alla memoria, come avesse sentito altra volta quell’armonica voce.

Partì un officiale per cercare di Boxtel.

Van Herysen continuò l’interrogatorio, proseguendo:

— E su che basate voi queste asserzioni, di essere proprietaria del tulipano nero?

— Sopra una cosa ben semplice, ed è d’averlo io piantato e coltivato nella mia propria camera.