Pagina:Dumas - Il tulipano nero, 1851.djvu/66

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giano tra loro: Cornelio disse addio a Ruyter, al ruward di Pulten e alla gloria, baciò le ginocchia del gran Pensionario, ch’egli aveva in profonda venerazione, e rientrato nella sua casa di Dordrecht, ricco del suo riacquistato riposo, de’ suoi ventotto anni, di una salute di ferro, di una vista acuta, e più che dei suoi quattro cento mila fiorini e de’ suoi dieci mila fiorini di rendita, ricco della convinzione che un uomo ha ricevuto dal cielo tanto per essere felice, molto per non esserlo.

In conseguenza per farsi una felicità a suo modo Cornelio si mise a studiare i vegetabili e gli insetti, raccolse e classò tutta la flora delle isole, appuntò tutta l’antomologia della provincia, sulla quale compose un trattato manoscritto con tavole disegnate di sua mano, e finalmente non sapendo più cosa farsi del suo tempo e soprattutto del suo danaro, che andavasi accrescendo smisuratamente, si mise a cercare tra tutte le follie del suo paese e dell’epoca sua una delle più eleganti e delle più cortesi. Egli amò i Tulipani.

Era il tempo, come ognun sa, in cui i Fiamminghi e i Portoghesi, invidiandosi tal genere d’orticoltura, erano arrivati a divinizzare il Tulipano e a fare di questo fiore venuto dall’Oriente ciò che mai nessun naturalista aveva osato fare della razza umana per paura di non dare gelosia a Dio.

Ben presto da Dordrecht a Mons non si parlava d’altro che dei tulipani del mynheer Van Baerle, e le sue tavole, i suoi irrigatorii, le sue stanze da prosciugare, le sue carte di cipollette furono visitate come una volta le gallerie è le biblioteche di Alessandria dagli illustri viaggiatori romani.