Pagina:Ecce Homo (1922).djvu/93

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ecce homo 98

di potenza, di divinità.... Il modo come l’immagine, il paragone s’impongono, è stranissimo; non si ha più nessun concetto di ciò che sia immagine, di ciò che sia paragone, e l’una e l’altro si offrono come l’espressione più comoda, più precisa, più semplice. Pare proprio, per ricordare una parola di Zarathustra, che le cose stesse ci vengano incontro e si offrano al paragone — «qui tutte le cose accorrono, carezzando, al tuo discorso, e ti adulano: chè esse vogliono cavalcare sulla tua schiena. A cavalcioni di ogni paragone tu cavalchi qui verso ogni verità. Qui ti si spalancano tutte le parole e tutti i tesori di parole dell’Essere; tutto l’Essere vuole diventare qui parola, tutto il Divenire vuole imparar a parlare da te — ». Quest’è la mia esperienza dell’ispirazione: non dubito che si debba tornare indietro di migliaia d’anni per trovare uno che possa dirmi: «È anche la mia».


4.


Fui malato, a Genova, un paio di settimane. Poi seguì una triste primavera, a Roma, dove accettai la vita; e non mi fu facile. In fondo, questa città ch’è la meno adatta della terra per il poeta di Zarathustra e ch’io non avevo scelto di mia volontà, mi spiacque straordinariamente; tentai di liberarmene; volevo andare ad Aquila, che rappresenta l’idea contraria a quella di Roma e che fu fondata per inimicizia contro Roma, precisamente come io fonderò un giorno un luogo in memoria d’un ateo e nemico della chiesa «comme il faut», d’uno dei miei più stretti parenti, del grande imperatore di casa Hohenstaufen, Federico secondo. Ma c’era una fatalità, in tutto ciò: dovetti ritornare. In fine, mi accontentai della piazza Barberini, dopo essermi stancato per la fatica durata a cercare un posto anticristiano. Temo d’aver domandato una volta — per sfuggire possibilmente ai cattivi odori — perfino al «palazzo del Quirinale» se non avevano per caso una cameretta tranquilla