Pagina:Elogio della pazzia.djvu/163

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con vane divozioni, con ridicole cerimonie, con ischiamazzi e minacce, esercitano sul volgo una particolare tirannia, e ardiscono paragonarsi ai Paoli ed agli Antonj. Ma ben mi accorgo d’essermi soverchiamente trattenuta su questi comici ingrati, i quali sanno egualmente dissimulare i miei favori o tingere d’aver nel cuore la religione, e perciò volentieri gli abbandono.

E già gran tempo ch’io differisco di dir qualche cosa intorno ai principi ed ai grandi, i quali sono del tutto opposti a que’ furbi ed impostori, di cui or ora ho parlato; essi mi coltivano senza verun riguardo, e con quella franchezza ch’è propria del loro grado. Se questi felici semi-dei avessero in zucca soltanto una mezz’oncia di cervello, che cosa mai vi sarebbe al mondo di più triste e miserabile della loro condizione? Chiunque si prendesse la pena di riflettere attentamente ai doveri d’un buon monarca, non che volesse usurpare una corona collo spergiuro, col patricidio, col liberticidio, in una parola coi più esecrandi delitti, tremerebbe invece all’aspetto d’un carico così enorme. Imperocchè osserviamo in che cosa consistono gli obblighi d’un uomo che vien posto alla testa di una nazione.

Egli deve travagliare giorno e notte pel pubblico, e mai pel privato interesse; non pensare che ai pubblici vantaggi; osservare pel primo le leggi, di cui è autore e depostario, nè mai deviare in nulla da quelle; osservare da sè stesso, o con occhi ben sicuri, l’integrità degli ufficiali e dei magistrati; aver sempre presente che gli sguardi di tutti stanno fissi sulla sua pubblica e privata condotta, e che a guisa d’un astro salutare può utilmente influire sulle cose umane, o qual infausta cometa può cagionare le maggiori desolazioni. Non