Pagina:Elogio della pazzia.djvu/210

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della pazzia 197

nissimo in acconio quell’idea di Platone, allorquando s’immagina una caverna tutta ripiena di persone ivi arrestate, e che essendo riuscito ad uno di questi prigionieri di fuggirsene, andò lungo tempo qua e la errando; quindi essendovi di nuovo ritornato, gridò ad alta voce ai suoi compagni: Oh miei cari amici, quanto mi fate pietà! Voi qui non vedete che ombre e fantasmi, in una parola voi siete veramente stolti; ben diverso è il mio stato, imperocchè non ho vedute che cose sensibili, esistenti e reali. Quando dal canto loro i carcerati, i quali non sono mai usciti del sotterraneo, guardandosi tra loro in faccia con stupore esclamano: «Che vuol dunque dirci questo pazzo? Senza dubbio egli ha perduto il cervello». Lo stesso accade ordinariamente degli uomini; quelli che sono più sensuali ammirano maggiormente le cose materiali; e quasi credono che non esistano altre cose; all’incontro coloro che si sono consecrati alla pietà, quanto più un oggetto ha relazione col corpo, tanto meno ne fan conto, e passano la vita sempre immersi nella contemplazione delle cose invisibili.

La principale occupazione de’mondani è quella di accumular sempre ricchezze, e contentare in tutto e per tutto il proprio corpo: poco o nulla curandosi dell’anima, l’esistenza della quale si mette perfino in dubbio da molti, essendo essa invisibile. Le persone all’incontro, infiammate dal fuoco della religione, prendono una strada totalmente opposta, e ripongono tutta la loro confidenza in Dio, il quale è il più semplice di tutti gli esseri: dopo di lui, e dipendentemente da lui, pensano all’anima loro, come a quella cosa che maggiormente alla Divinità s’avvicina. Quindi non prendonsi alcun pensiero del corpo e non solo disprezzano i beni di fortuna, ma