Pagina:Elogio della pazzia.djvu/213

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e che credonsi naturali; per esempio, amare la patria, i parenti, i suoi diletti figli, i vicini, gli amici: quasi tutti gli uomini accordano qualche cosa a queste passioni; ma le persone pie fanno ogni studio per istrapparsele dal cuore, o almeno per ispiritualizzarle. Un figlio, per esempio, ama suo padre; credereste voi forse ch’egli onorasse la paternità, a che amasse colui, dal quale ha ricevuta la vita? Oibò! Che dono mi ha fatto mio padre, dice questo santo, col darmi questo corpo miserabile, che è il mio peggior nemico? E poi anche questo lo devo a Dio, amico e vero autore del mio essere; io amo mio padre come un uomo, in cui risplende l’immagine di quella suprema intelligenza che è il bene supremo, e fuori della quale nulla v’ha nè di amabile, nè di desiderabile. Con lo stesso regolo le persone di mortificazione misurano tutti i doveri della vita, di modo che se non disprezzano generalmente tutte le cose visibili, le mettono per lo meno infinitamente al disotto delle invisibili. Arrivano perfino a dire che nei sacramenti, e nelle altre funzioni del culto, non esisterebbe la materia senza lo spirito. Nei giorni di digiuno credono che sia quasi un nulla l’astinenza dalle carni e dalla cena; sebbene la moltitudine faccia consistere in questi due punti tutto l’obbligo del precetto. I divoti vi dicono che bisogna digiunare collo spirito, domare le proprie passioni, sopprimere la collera e l’orgoglio, alfinchè l’anima, più sgombra dalla massa del corpo, possa meglio gustare i beni del cielo. Il medesimo accade intorno alla messa; sebbene noi non disprezziamo, dicono essi, tutto ciò che compare visibilmente in questo sagrifizio, tuttavia i segni non meno che le cerimonie sarebbero inutili, e forse anche perniciose, se non