Pagina:Elogio della pazzia.djvu/31

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
18 elogio

porto d’amorosa tenerezza. Affinchè poi non prendiate errore, vi dichiaro che non parlo già di quel decrepito Plutone, quale ci vien descritto da Aristofane, ormai cadente e cieco, ma di Plutone quand’era robusto, pien di fervore, nel fior della giovinezza, e non solo giovine, ma riscaldato anche più che mai dal nettare che in un pranzo cogli Dei avea allora per avventura tracannato pretto e a larghi sorsi.

Se mai bramate intendere ancora la mia patria (giacchè al giorno d’oggi è come una prova di nobiltà il notificare al pubblico il luogo, ove dalla culla abbiamo mandati i primi vagiti) sappiate che nata non sono nè nell’isola Natante di Delo, come Apollo; nè dalla spuma dell’ondoso Oceano, come Venere; nè fra le cupe spelonche; ma bensì in quelle isole Fortunate, ove la natura non ha bisogno alcuno dell’arte. Ivi non si sa che cosa siano il travaglio, la vecchiezza, le malattie; non si vedono mai nei campi, nè asfodillo, nè malva, nè squilla, nè luppoli, nè fave, nè simili altri spregevoli vegetabili. La terra quivi invece produca tutto quello che può dilettar l’occhio e imbalsamar l’odorato;