Pagina:Elogio della pazzia.djvu/8

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proemio xi

la fortuna che fosse nato in Italia, dove era una lingua fiorente e nobile, che gli Amasei e i pedanti suoi pari non potevano abbuiare, costretto a servirsi di una favella morta, egli voleva almeno avvivarla con l’indipendenza dotta e ingegnosa, e scrisse quel libro contro i Ciceroniani, che ne vennero in tal furore da paragonarlo a Catilina. — Il più furioso, Giulio Cesare Scaligero, gli versò addosso tutte le sozzure della sua penna, sostenendo fra l’altre cose, che, abbagliato dal vino, aveva guasto le edizioni di Aldo Manuzio, quando in quella stamperia faceva l’ufficio di correttore: Non tu in Aldi officina quaestum fecisti corrigendis exemplaribus? Nonne errores eos qui tum in illis libris legebantur haud tam erant librariorum atramento, quam tuo confecti vino? Haud tam illorum somnum olebant, quam tuam exhalabant crapulam? Ed Erasmo era assai sensitivo dei libelli, che gli uscivano contro; tantochè alcuno scusando uno di questi libellisti col dire che non aveva altro modo di far vivere la moglie e i figli «chiegga la limosina piuttosto, egli scriveva, o prostituisca la moglie; sarebbe men reo.» — E tanto più ch’egli si pregiava di non aver neppure in questo Elogio della Follia, che scrisse a corso di penna in sette giorni senza aiuto d’alcun libro, satireggiato persone ma classi; onde pochi pessimi monaci, e alcuni teologi, de’ più saturnini, s’impermalirono; ma l’universale, i grandi massimamente, gioì di quel lavoro arguto e geniale.

Erasmo fu comparato a Voltaire. Veramente egli, come il patriarca di Ferney, regnò sul