Pagina:Elogio della pazzia.djvu/89

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76 elogio

il furore de’vati, degl’indovini, e degli amanti; la Sibilla Cumana non avrebbe usato questo vocabolo per esprimere le pene e i travagli di Enea.

Vi sono dunque due specie di furori; l’uno viene dal fondo dell’Averno, e sono le furie che lo mandano sopra la terra; queste atroci e vendicative divinità si strappano dal capo una parte delle lor serpi, e le scagliano fra gli uomini quando vogliono divertirsi a tormentarli. Traggono di qua la loro origine il furor della guerra, l’idropica e divorante sete dell’oro, l’infame ed abbominevole amore, il parricidio, l’incesto, il sacrilegio, lo strazio della coscienza, e tutti quegli altri flagelli, dicui servonsi le furie per far provare ai mortali un saggio degli eterni supplizj.

Ma esiste un altro furore affatto contrario al precedente, ed io son quella che lo regalo agli uomini, i quali lo dovrebbero sempre desiderare come il più grande di tutti i beni. In che cosa credete voi che consista questo furore, o pazzia? Egli consiste in una certa alienazione di spirito, che toglie dall’animo nostro ogni cura molesta, e v’infonde invece i più soavi diletti. Egli è appunto questo vaneggiamento, che qual insigne dono de’sommi Dei desidera per sè Cicerone, in una sua ad Attico, per non poter più sentire il peso di tanti mali. Un Greco, di cui non mi sovviene il nome, era pure di questo parere; e la sua storiella è così graziosa, che voglio proprio raccontarvela. Quest’uomo era pazfo in tutte le forme, e da prima mattina fino a sera avanzata se ne stava solo assiso in teatro, immaginandosi di assistere ad uua magnifica rappresentazione, e quantunque in realtà nulla si rappresentasse, egli ciò non ostante rideva, applaudiva, godeva moltissimo. Fuori di questa pazzia egli era in