Pagina:Eminescu - Poesie, 1927.djvu/49

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Introduzione XLV


del povero Dionisio, ma ricordo benissimo che una critica la fece. Quanto agli altri, eran tutti d’accordo che la novella fosse di una stravaganza imperdonabile.

Il Negruzzi non faceva che ripetere:

— Che diranno i lettori delle Convorbiri? —

Il che non gl’impedì, naturalmente, di chiedere ad Eminescu il manoscritto e di cacciarselo in tasca.

Eminescu non intervenne nella discussione. La lettura lo aveva spossato. Si vedeva che in quelle due ore aveva vissuto della vita del povero Dionisio, e, del resto, aveva sempre un po’ l’aria di non trovarsi troppo a posto suo nella Junimea.

Ci separammo ad ora assai tarda, continuando a discutere sulla strana novella.

Eminescu ci lasciò subito e se n’andò a casa solo. Raramente si accompagnava con noi, e più raramente ancora con me, di cui non poteva soffrire la tendenza allo scherzo e alla caricatura. Malgrado, nei rari momenti in cui era ben disposto, fosse anche lui comunicativo e scherzoso (benché sempre con un’ombra di malinconia!); non permetteva però che si scherzasse su ciò ch’egli credeva la verità e di cui era convinto. E, poi che proprio quelle sue opinioni e convinzioni davano occasione ai miei scherzi, faceva di tutto per evitarmi, malgrado la stima reciproca che nutrivamo l’uno per l’altro. Non ricordo infatti di aver avuto mai con lui neppur l’ombra d’una discussione men che amichevole, ed anzi, quando era ben disposto, acconsentiva persino a prender con noi un aperitivo prima di colazione.

Non posso dire però che trattasse anche gli altri con egual deferenza. Era assai aspro con molti della Junimea e gli appellativi di stupido e d’ignorante li dispensava con molta facilità. Malgrado ciò, tutti lasciavan correre, senza dare alle cose troppa importanza.