Pagina:Eminescu - Poesie, 1927.djvu/59

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Introduzione LV


vammo Eminescu occupato a scrivere a una tavola molto lunga tutta piena di giornali. Era in maniche di camicia, aveva buttato lontano in un angolo del tavolino la cravatta e il colletto ed aveva davanti un piatto colmo di frutta, che mangiava mentre scriveva il suo articolo.

Fu assai lieto di vederci, tanto più che eran passati molti anni dall’ultima volta che c’eravamo incontrati, e cioè dal 1875, quando egli era venuto a Cernauti a protestare a suo modo (introducendo e diffondendo clandestinamente un opuscolo patriottico sul Ratto della Bucovina) contro le feste per l’inaugurazione dell’Università tedesca di Cernăuţi fatte coincidere a bella posta coll’odioso anniversario dell’indegna usurpazione.

— Come te la passi, amico? — gli domandammo.

— Miseria, ragazzi! — ci rispose — sempre miseria! Eccomi ridotto giornalista, il che val quanto dire pezzente. Guardate qui...! — e, con un gesto della mano, c’indicò, sorridendo, il piatto di frutta che gli era davanti.

Non arrivammo a capire se parlasse sul serio o avesse intenzione di scherzare, visto che non cessò mai di sorridere dicendo quelle tristi parole. Eminescu sorrideva sempre come a’ bei tempi, e noi, che credevamo di conoscere quel suo sorriso, scoppiammo a ridere, vedendolo in quella situazione tragicomica. Non era punto cambiato da quando l’avevo riveduto l’ultima volta. Solo il modo di vestire mi parve anche più trascurato del solito. Portava i capelli lunghi rigettati all’indietro e si morsicchiava i baffi, secondo l’antica sua abitudine. Gli dicemmo lo scopo della nostra venuta a Bucarest e che altri nove ex-colleghi all’Università di Vienna sarebbero arrivati fra poco a festeggiare il fausto anniversario della laurea:

— A meraviglia, ragazzi! a meraviglia!... ciò vuol dire che avete.... — e, secondo l’antica abitudine di