Pagina:Eminescu - Poesie, 1927.djvu/60

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LVI Introduzione


Vienna, ci mostrò l’indice. Noi che conoscevamo quel gesto che voleva dire una lira e cioè danaro da spendere, rispondemmo ridendo:

— Certo che ce l’abbiamo!

— Alla buonora, dunque! Vedrete come ci divertiremo! Vengo subito con voi, pianto in asso il mio articolo e lo lascio a terminare al fiero cavallerizzo della stanza accanto! —

Eminescu cominciò a vestirsi. Nell’uscire disse allegramente all’uomo che scriveva a cavallo del cavalletto di legno:

— Addio, collega! Ci rivedremo a Filippi! — e, senza presentarci, uscì con noi dalla redazione del Tempo.

Per istrada ci disse che il fiero cavallerizzo era Caragiale. Noi lo rimproverammo di non averci procurato la conoscenza di un così valoroso letterato, ma egli ci rispose che non aveva voluto perder tempo, perchè aveva appetito e non vedeva l’ora di restar solo con noi.

Pranzammo in un restaurant fuori di porta, intitolato All’Idea, dove la polenta si chiamava la specialità nazionale, il coltello Bismark e il caffè la chiacchiera col turbante1.

Dopo pranzo, lo Stefanelli rimase qualche momento solo con Eminescu e ne approfittò per domandargli sul serio come andassero le sue cose.

Eminescu sorrise e gli rispose con due versi tedeschi:

Arm am Beutel, Krank am Herzen,
schlepp’ich meine langen Tage;

e cioè: «Col portafoglio vuoto e il cuore malato, trascino i miei lunghi giorni».

  1. Il turbante allude al caimác e cioè a quella specie di spuma che fa il caffè turco quando è preparato da mani sapienti, come erano quelle di Eminescu fin dai tempi di Vienna.