Pagina:Emma Perodi - Roma italiana, 1870-1895.djvu/272

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La relazione sull’esercizio provvisorio del bilancio era stata fatta dal Crispi con moltissima acredine. In quei giorni gli on. Crispi e Nicotera avevano trattato col Ministero per la conciliazione della Sinistra, che avrebbe dovuto portare alla modificazione del Gabinetto. Il Governo non era alieno dall’accettar la proposta, ma voleva aspettare il voto, e allora i capi dei dissidenti stabilirono d’impegnar la battaglia subito sull’esercizio provvisorio del bilancio, non negandolo, ma proponendone l’approvazione con un ordine del giorno che esprimesse sfiducia per il Governo. Essi erano sicuri dell’appoggio della Destra e del gruppo Bertani, e difatti la vittoria arrise loro. Il Ministero, che aveva accettato un ordine del giorno dell’on. Baccelli, rimase in minoranza per 23 voti e si dimise. Il Re chiamò al solito al Quirinale gli uomini più influenti dei diversi gruppi e l’opinione generale era quella che si dovesse sciogliere la Camera. Il decreto di scioglimento comparve il 3 maggio, e le elezioni furono indette per il 16, forse per non tenere il paese agitato lungamente e per far si che la nuova Camera potesse almeno votare i bilanci prima delle vacanze estive. Intanto il Re aveva offerto all’on. Farini di comporre il nuovo ministero, ma l’ex-presidente della Camera aveva rifiutato dimostrando a Sua Maestà che non avrebbe potuto reggere al governo più di sette o otto mesi. Cosi il Ministero rimase in carica e incominciò la lotta elettorale.

Scese in campo il Governo e il suo programma era contenuto nella relazione che accompagnava il decreto di scioglimento; vi scesero i dissidenti di Sinistra, confermando e comentando il voto di sfiducia dato al Gabinetto, vi scesero pure i conservatori affermando che il loro programma era il solo veramente italiano, il solo che contenesse una rivendicazione: il trionfo della fede sull’ateismo, il trionfo della morale sulla corruttela. La Destra stabili di respingere le ibride coalizioni. Soltanto in quei collegi ove il partito non aveva un candidato, doversi appoggiare quelli di Sinistra, purchè essi fossero conosciuti per la loro intelligenza, onestà e devozione sincera alle istituzioni costituzionali.

A Roma nei primi giorni poco si occuparono delle elezioni, poi si destarono dall’inerzia e formarono molti comitati elettorali, ma la lotta non raggiunse mai quel grado di acerbità che aveva nelle provincie meridionali, ove quasi ovunque si trovavano di fronte i candidati del Governo e quelli della Sinistra dissidente.

Il gran giorno gli elettori di Roma andarono scarsi alle urne. Nel 1° collegio Garibaldi entrò in ballottaggio con Guido Baccelli; nel 2° don Augusto Ruspoli con Francesco Ratti; nel 3° Guido Baccelli con Vincenzo Maggiorani; nel 4° Samuele Alatri con il Lorenzini; nel 5° Luigi Pianciani con don Ignazio Boncompagni. Eletti definitivamente furono Garibaldi, Ratti, Baccelli, Lorenzini e Pianciani, cioè tutta la lista di Sinistra. La Destra battuta qui aveva conquistato nel resto d’Italia una quarantina di collegi. Che il Governo non fosse pago delle elezioni, che la Camera fosse poco mutata, lo provò il fatto che il Ministero, prima ancora di attendere il risultato dei ballottaggi, entrò in trattative con i dissidenti di Sinistra.

Il discorso della Corona fu accolto freddamente; esso era una ripetizione di quello ultimo e non poteva essere altro. A presidente della Camera fu eletto con 406 voti il Farini; nelle altre elezioni i ministeriali si trovarono in minoranza, perché i dissidenti di Sinistra e la Destra votarono insieme provando che la vita del Gabinetto era in continuo pericolo.

Intanto l’on. Bonelli, ministro della guerra, era dimissionario, e rimase al suo posto solo per far votare la legge sul riordinamento dei carabinieri che portava la ferma a cinque anni. Nel luglio si ritirò e gli successe il general Milon.