Pagina:Emma Perodi - Roma italiana, 1870-1895.djvu/303

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Alla fine d’agosto una dolorosissima notizia si sparse per la città. Pietro Cossa, il più popolare fra i poeti romani, anzi l’incarnazione vera della rediviva romanità, era morto a Livorno, ov’era andato per assistere alla rappresentazione dei suoi Napoletani nel 1793. Egli nasceva da modesta famiglia, ma aveva avuto la ventura di possedere uno zio abate, dotto latinista, il quale gli dette l’amore per gli studi, e non gli fece leggere altro che autori classici. Era stato educato al Seminario romano. Ardentissimo liberale com’era, Pietro non potè alla lunga andar d’accordo con lo zio. Una volta fu arrestato all’uscir da una predica alla Chiesa Nuova per aver interrotto un predicatore con un solenne: «non è vero», e partì con una compagnia di cantanti per l’America, ove invece di allori raccolse fischi. Lasciò il canto per darsi alla commedia, ma anche recitando la fortuna non gli sorrise; la compagnia fallì, ed egli dovė tornare a Roma, ove conobbe i due Gnoli, il Ciampi e altri letterati liberali. A Roma era noto per il Mario e i Cimbri, ma nel resto d’Italia non acquistò fama altro che dopo il 1870 col suo Nerone, che fece il giro di tutti i teatri, ovunque applaudito, e che aprì il varco agli altri suoi drammi. Pietro Cossa era adorato dagli artisti, dai letterati, da tutti quelli con i quali poteva parlare spontaneamente, come dettavagli la sua anima d’artista, e tutti vollero rendergli un ultimo tributo d’affetto accorrendo ai suoi funerali. Si parlo subito di erigergli un monumento, di dare il suo nome al Valle, ma il Baracchini, che voleva comprarlo con l’intendimento di dargli il proprio, non lo permise. Vi è una strada che è denominata Pietro Cossa e vi è un’arena. L’oblio non ha steso il suo velo sulla nobile e geniale figura del poeta romano, ma il tempo ha attenuato gli entusiasmi che le sue opere suscitarono, e mitigato il rimpianto della sua perdita. Nonostante se vien fatto di nominare Pietro Cossa in un circolo di Romani, tutti gli occhi si animano e dalle bocche, per solito poco loquaci, escono lodi spontanee per l’uomo, per l’amico e per l’artista.

Alla metà di settembre un fatto insolito dette luogo a vivi comenti, soprattutto nel campo clericale. La sera del 15, monsignor conte Enrico di Campello, canonico della Basilica Vaticana, abiurò il cattolicismo nella chiesa evangelica metodista di piazza Poli. Una quantità di gente assistè alla cerimonia ed ascoltò il lungo ed eloquente discorso col quale l’ex-monsignore motivò la sua renunzia. Questa renunzia fu preceduta da una lettera al cardinal Borromeo, arciprete della Basilica, nella quale esponeva i fatti, che dopo dieci anni di matura riflessione, d’interne irrequietezze e di di speranze deluse, lo avevano indotto a quell’atto per quiete della propria coscienza.

I giornali clericali parlarono poco e cautamente dell’abiura, però pubblicarono una lettera violenta del conte Paolo di Campello, cugino del conte Enrico, estranea al fatto, nella quale sciorinava al pubblico molte faccende dolorose di famiglia. Il conte Enrico rispose per le rime, ma non si lasciò intimorire dalla guerra che gli fecero; fondò insieme col Savarese una chiesa a Roma e credo segua la sua vocazione in una città dell’Umbria.

Approvato che fu il Concorso Governativo, la febbre dei lavori incominciò ad invadere il pubblico. Tutti sognavano che Roma dovesse diventare popolata come Parigi, che dovesse rapidamente svilupparsi come fece Berlino dopo il 1870, e che Ponte Milvio, San Paolo, Sant’Agnese, Monte Mario, il Gianicolo, San Lorenzo, e anche Frascati non fossero punti tanto eccentrici per essere compresi nella città. Vigne lontane, orti, terreni da pascolo erano acquistati al prezzo di terreni fabbricativi, rivenduti per somme maggiori, spogliati di alberi per coprirli di case o di opifici. Non soltanto s’impegnavano in audaci imprese le ditte costruttrici che già avevano condotto a termine lavori importanti a Firenze o qui, ma ogni accollatario, ogni capomastro si faceva costruttore, acquistava il terreno e spesso, facendo a meno della direzione di un architetto, gettava le fonda-