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e Giustizia, l’Ellena alle Finanze, il Genala ai Lavori Pubblici, il Martini alla Istruzione Pubblica, il Lacava all’Agricoltura e Commercio e il Finocchiaro-Aprile alle Poste e Telegrafi. Il generale Pelloux e il vice-ammiraglio Saint-Bon conservavano i rispettivi portafogli della Guerra e della Marina e i rispettivi sottosegretari di Stato on. Carenzi e Corsi.

Il Ministro dell’Interno sceglieva a suo sottosegretario l’on. Pietro Rosano, il ministro Bonacci sceglieva l’on. Nocito, il ministro Genala l’on. Sani, il ministro Ellena l’on. Lanzara, il ministro Lacava l’on. di San Giuliano; al Tesoro andava il Fagiuoli.

Il Ministero era dunque quasi completo ed era un ministero di burocratici, incominciando dall’on. Giolitti, il quale dai più umili gradi della carriera amministrativa, era salito in otto anni alla Presidenza del Consiglio, mercè l’intelligenza di cui aveva dato prova alla Camera, dove per i suoi discorsi erasi meritato il soprannome di «Sirena».

Si racconta che dopo la sua nomina a Presidente del Consiglio, quando andò al palazzo Braschi per prendere possesso del suo ufficio, gli uscieri, vedendolo giungere solo e modestamente vestito, gli facessero fare una lunga anticamera prima di avvertire il comm. Ramognini. Era celebre il lungo soprabito, alquanto antiquato, che l’on. Giolitti indossava sempre, e che avevagli valso l’altro nomignolo di «Palamidone» col quale lo designava il pubblico.

In quel ministero burocratico vi erano uomini giovani, ma d’incontestata capacità, come il Genala, che aveva compiuto altra volta il difficile lavoro delle convenzioni ferroviarie; l’Ellena espertissimo in fatto di finanze, il Martini, che aveva dato ripetute prove della sua intelligenza così a Montecitorio come alla Minerva. Non era dunque giustificata l’ostilità con cui il Gabinetto presieduto dal Giolitti venne accolto da una parte della stampa, la maggiore, benchè il paese sperasse dagli uomini nuovi una nuova era di vita meno angosciosa.

Il 25 maggio il Presidente del Consiglio fece le dichiarazioni prima al Senato e poi alla Camera. L’on. Imbriani a Montecitorio lo attaccò aspramente appena ebbe finito di parlare, dicendo che non meritava conto di cambiar Governo, e che «il paese non ha fiducia in Governi di burocrazia, perchè burocrazia significa ladri».

Invece se conforme era l’intendimento del Gabinetto Giolitti a quello del Ministero precedente di volere economie radicali, non poco diverso era il mezzo per saldare il deficit, e mentre l’altro voleva far gravare sul bilancio ordinario le spese per le ferrovie, questo proponeva di provvedervi col credito. Annunziava riforme in tutti i pubblici servizi, e stabiliva che le spese militari, fra ordinarie e straordinarie, non avrebbero ecceduto la somma di 246 milioni.

I primi giorni della vita del ministero Giolitti furono subito angosciosi, come angosciosa ne fu in seguito l’esistenza. Erasi appena presentato alla Camera, che già si attaccava come incostituzionale la soluzione della crise, e a Montecitorio era posta in pericolo l’esistenza del Ministero. L’onorevole Baccelli gli porse una tavola di salvezza presentando un ordine del giorno nel quale era detto che la Camera si riserbava ogni giudizio a quando il Governo avesse fatte proposte concrete. Su quell’ordine del giorno, accettato dal Presidente del Consiglio si votò, ma il voto fu una vera sconfitta, perchè il Governo raccolse 169 si, contro 160 no, ai quali si dovevano aggiungere 30 astensioni molto significative, perchè venivano dai centri della Camera, sui quali appoggiavasi specialmente il nuovo Ministero, e che si dissero provocate dai consigli dell’on. Sidney Sonnino, divenuto il grande oppositore del Giolitti.

Questo avveniva il 26 maggio, cioè il dì successivo alle dichiarazioni del Presidente del Consiglio, il quale il 27 annunziava alla Camera che il Ministero aveva creduto di rassegnare le dimissioni, ma che esse non erano state accettate dal Re.